Perche’ ho scritto un libro…
20 agosto 2009 |
Per essere un’industria fondata sulla razionalita’ matematica, il mondo informatico e’ curiosamente affollato di dogmi e religioni.
C’e’ il famoso Culto del Mac, con i suoi membri pronti a celebrare qualsiasi parola esca dalla bocca di Steve Jobs come se fosse il verbo divino. Ci sono gli evangelisti di Linux, che si distinguono per il loro perenne zelo da missionari. E forse avrai notato che persino nell’enorme indotto di consulenti e sviluppatori che vivono sulle spalle di Windows si annidano degli improbabili fanatici, convinti che non ci sia piattaforma piu’ buona e piu’ giusta a cui render grazia…
Ora, come dice il proverbio: “Tutti i gusti son gusti”. L’ecologia del ciberspazio e’ bella proprio perche’ permette il fiorire d’ogni sorta di comunita’ e di opinioni. Ma se c’e’ una lezione fondamentale che ho imparato osservando nel corso degli anni come lavorano gli hacker (parola che per me vuol dire i programmatori piu’ brillanti e geniali, anche se in questo caso far differenza fra buoni e cattivi e’ irrilevante) e’ questa: sono tutti agnostici.
Questo non vuol dire che non abbiano forti opinioni e preferenze personali. Tutto il contrario. Ma quando si trovano davanti a un problema, non gliene frega nulla delle guerre di religione. Linux? Windows? Mac OS? Java, AJAX, Ruby on Rails? Non sono precetti divini. Sono solo strumenti. E possono essere utili tutti. Dipende dal problema che hai davanti. Farsi intrappolare da uno schema mentale precostituito e’ un errore da novellini.
Fatta questa premessa, eccoci allora alla domanda che mi sono sentito rivolgere parecchio negli ultimi mesi: Ma perche’ hai scritto un libro? Non potevi scegliere un media un po’ piu’ digitale? Un canale di distribuzione pirata? E non ti pare parecchio contradditorio lavorare con una casa editrice analogica, per raccontare che proprio quel modello di business oggi non ha piu’ futuro?
Risposta: Mi spieghi quale sarebbe esattamente il peccato? C’e’ forse un dogma che vieta l’uso del libro per discutere del digitale? O questo tabu’ riguarda solo le gesta dei pirati? Beh, comunque tu veda le cose, il mio approccio e’ molto piu’ prosaico. La baia dei pirati, Assalto al copyright non ha nessuna pretesa di offrire lezioni di coerenza teologica. E’ solo un esperimento di guerriglia mediatica. Che preferisce ispirarsi alla flessibilita’ agnostica hacker.
Un payload in cerca di vettore
Se un saggio e’ una raccolta di idee, e se l’obiettivo di un autore e’ diffondere queste idee, si potrebbe dire infatti che il problema non e’ molto diverso da come si progetta un virus per i computer.
Da una parte c’e’ il contenuto, ovvero i fatti, i dati, le testimonianze e le opinioni che uno vuole comunicare (o, come direbbe il programmatore di virus, il payload, il carico). Dall’altra c’e’ il veicolo che lo porta a giro, ovvero il media, il canale di distribuzione (o, come direbbe sempre il nostro hacker, il vector, il vettore).
Nel caso di un virus per i computer, il programmatore puo’ scegliere di propagarlo attaccando direttamente le connessioni DSL; o usare invece l’email come cavallo di Troia; o ancora nascondere il payload dentro a un altro programma, qualcosa all’apparenza utile e innoquo, che la vittima si scarichera’ e si installera’ da sola. Ognuno di questi metodi ha i suoi pro e i suoi contro, ma la funzione che svolgono e’ sempre la stessa: penetrare il bersaglio, portare il payload a destinazione, indipendentemente dal suo contenuto.
Una raccolta di idee, un virus per le menti umane, io lo immagino in modo analogo. E’ un payload che puo’ essere diffuso con diversi vettori: un articolo, un blog, un documentario, un wiki, un torrent o, appunto, un libro. La cosa veramente importante, quindi, non e’ chiedersi quale vettore sia piu’ giurassico o piu’ futuribile, analogico o digitale, ma quale funga meglio come strumento di propagazione.
Per la storia dei pirati, a mio parere, il libro vince per tre ragioni.
Una trama che richiede un formato spazioso
Torniamo al computer virus. Anche se abbiamo visto che il vettore non ha bisogno di saper nulla del payload per fare il suo sporco lavoro (cosi’ come un furgoncino funziona esattamente nello stesso modo, sia che stia trasportando un bronzetto antico d’inestimabile valore, che dieci sacchi di spazzatura), e’ altrettanto vero che la scelta del metodo di propagazione non e’ completamente neutrale.
Se decido di usare l’email come agente d’infezione per un virus, ad esempio, e’ ovvio che potro’ inviare solo un payload molto piccolo (un allegato troppo grosso verrebbe bloccato per strada), mentre la velocita’ di propagazione sara’ probabilmente elevata. Se invece scelgo come esca l’immagine del CD d’installazione di un programma commerciale taroccato, che poi “regalo” ai gonzi in rete, e’ ovvio che ci potro’ nascondere dentro tutto il malware che mi pare (il file e’ gia’ colossale), ma la probabilita’ che quel payload si diffonda sara’ molto piu’ bassa (visto che per la maggioranza dei cibernauti installare programmi taroccati e’ un’attivita’ quantomeno saltuaria).
Ebbene: la storia dei pirati non e’ solo un giochino a guardie e ladri. Anche se la cronaca della guerriglia fra i giovani downloader e i colossi del copyright e’ assai avvincente, addirittura spassosa, a me sembra molto piu’ interessante per gli effetti a catena che mette in moto. Con la tecnologia che cambia la nostra morale. Fatto che mette in crisi l’industria dell’audiovisivo. Fatto che scatena un conflitto legale feroce. Fatto che ci impone un bel dilemma politico.
Ho avuto modo di osservare inoltre che in un sacco di gente il tema del copyright scatena reazioni e passioni incredibilmente emotive. Il livello generale di informazione in materia resta invece frammentario e superficiale. Dati di tendenza ormai consolidati sono spesso ignorati anche fra gli addetti ai lavori. E il gap divulgativo a livello di pubblica opinione e’ ancora piu’ abissale.
Si puo raccontar tutto questo su Twitter? Dentro uno stream di messaggini da 140 carattri l’uno? Forse. Ma io non lo saprei fare. E perche’ reinventare la ruota? Un libro offre un format spazioso (centinaia di pagine) per sviluppare una trama complessa. Un libro offre una struttura lineare (capitolo dopo capitolo) che ben si presta a spiegare una materia in caotica evoluzione.
Tu ribatterai: ma in rete c’e’ tutto lo spazio che si vuole. E ancora: la struttura lineare del libro si puo’ riprodurre benissimo in un file PDF, in una serie di pagine HTML, o in dozzine d’altri modi. Vero. E infatti, giusto per precisare, la scelta di un vettore non impedisce di usarne anche altri (come questo stesso sito dovrebbe dimostrare). Le ragioni a favore del libro pero’ non sono finite.
Una sorpresa per bucare i mass media
In TV, sui giornali, non ci sono rubriche di file PDF, rubriche di blog, o rubriche di siti. Qualsiasi mass media che si rispetti, invece, ospita una rubrica di libri. Questo, a molti smanettoni incalliti, abituati a passare piu’ tempo nel ciberspazio che nel mondo reale, potra’ sembrare un dettaglio assolutamente irrilevante (chi se ne frega dei mass media giurassici, tutti in crisi economica, sempre piu’ irrilevanti e destinati comunque all’estinzione). Ma e’ un errore da miopi.
Proprio perche’ i pirati hanno delle cose importanti da dire, proprio perche’ lo scontro sulla proprieta’ intellettuale interferisce con le liberta’ digitali di base, proprio perche’ la posta e’ cosi’ alta, quelle idee hanno assolutamente bisogno di uscire dal ghetto del web.
Che sull’internet italiana ci siano gia’ oggi tanti nodi dove si discute con competenza e passione di queste cose non e’ piu’ sufficente. Il virus pirata ha bisogno di attecchire anche fra il grande pubblico. Ha bisogno raggiungere anche tutti quei funzionari, giornalisti, giuristi e politici che continuano a vivere confinati nell’analogico. Merita di influenzare la prassi legale, i processi legislativi, il dibattito sociale.
Il bello e’ che la storia dei giovani pirati ha di sua natura un ottimo potenziale di penetrazione mediatica. Non ci credi? Prendi l’aforisma che meglio descrive la pulsione istintiva che anima la competizione fra le redazioni: “Un cane che morde un uomo non e’ una notizia, un uomo che morde un cane invece si’…”
E qui – pensaci un attimo – che notizia abbiamo?
Dei pirati che invece di nascondersi si mostrano a volto scoperto? Che invece di farsi bollare come ladri, criminali, cattivi, si presentano come i buoni della situazione? I paladini della liberta’ in rete? I Robin Hood della cultura? Che invece di strillare slogan tutti incazzati, sfoderano una logica pacata e spassosa, corredata di fatti, dati, ricerche, studi? Che fondano addirittura partiti politici?
Dico: piu’ uomo che morde il cane di cosi’…
E perche’ allora non raddoppiare la dose? Il vecchio libro, mi sono ritrovato a pensare, proprio perche’ e’ un vettore cosi’ tradizionale, cosi’ tranquillo, familiare, rassicurante, dovrebbe moltiplicare bene quell’effetto sorpresa. I risultati parlano da soli. La pubblicazione di La baia dei pirati, Assalto al copyright ha generato dozzine di articoli, programmi radio, servizi TV. Il vettore libro si e’ dimostrato un cavallo di Troia assai efficace. Le idee dei pirati – per quanto riassunte, sminuzzate, semplificate – hanno sicuramente toccato delle fette d’audience che non avevano mai raggiunto prima.
Un virus per contagiare tutta la cultura
Ma c’e’ una ragione ancora piu’ importante che mi spinto a scegliere il libro come vettore ideale: conferire al virus – ovvero alle idee dei pirati – la massima longevita’ possibile.
Una delle cose che mi hanno colpito di piu’, parlando con gli hacktivisti che hanno imbracciato la bandiera corsara, e’ stato infatti il loro ottimismo civico. Quel movimento, forse perche’ ha le sue radici in Scandinavia, forse perche’ riflette il naturale idealismo dei giovani, tende a vedere il dibattito culturale e politico come un ecosistema dinamico autoregolamentato. Dove le idee competono liberamente per la nostra attenzione. Certe stentano ad attecchire, periscono o sono marginalizzate; altre si diffondono, mutano, si evolvono fino a diventar parte del buon senso comune.
Il meccanismo con cui decidiamo come societa’ che certi fatti sono veri e altri falsi, che certe idee sono buone e altre cattive, e’ ovviamente incredibilmente complesso, influenzato da ogni sorta di fattori razionali e istintivi. Ma se ci limitiamo a guardare come funge la prima scrematura, ovvero come valutiamo che certe idee valgono almeno la pena di essere prese in considerazione, credo che ci sia parecchio da imparare nell’esperienza pratica di Wikipedia.
Trovare un consenso su cosa e’ un fatto e cosa e’ un’illazione, o se preferisci separare la crusca dal grano del sapere umano, e’ infatti il dilemma centrale per un’enciclopedia dove ognuno e’ libero di scrivere e correggere qualsiasi voce. Che succede quando due collaboratori sono in disaccordo su cosa e’ giusto scrivere? Chi decide chi ha ragione? Con milioni e milioni di voci? Soluzione: la comunita’ stessa dei volontari.
Dietro a ogni pagina di Wikipedia c’e’ un forum, dove si discute il suo contenuto, fino a quando non si raggiunge un denominatore comune. E come si evita che il tutto degeneri nell’anarchia di una rissa infinita? Facile: quel mega esperimento di democrazia culturale percola anche dal basso verso l’alto, permettendo di discutere anche gli intenti del sito, le sue regole di base, gli standard da imporre a tutti per mantenere la discussione produttiva e civile.
Ebbene, tu lo sai qual’e’ il postulato forse piu’ importante che questo processo ha distillato? E’ il cosidetto precetto della “verificabilita’”, ovvero l’idea che ogni affermazione, per essere degna di pubblicazione, richiede la citazione di una fonte esterna autorevole. E tu lo sai quale e’ la fonte piu’ autorevole in assoluto, secondo il consenso del popolo di Wikipedia? No? Rullo di tamburi… Un libro pubblicato da una casa editrice di grande prestigio!
Il punto, insomma, e’ che il vettore libro non e’ fatto solo di “hardware” (ovvero di carta e d’inchiostro, tipografie e magazzini, librerie e promozioni) ma anche di “software”. Dietro l’oggetto fisico c’e’ un processo editoriale codificato nel tempo, che svolge una funzione di filtro, di verifica oggettiva, di certificazione minima della qualita’, e che la nostra societa’ nel suo insieme, incluse le tribu’ cibernetiche di Wikipedia, accetta come lo standard piu’ alto nella trasmissione del sapere.
Sara’ sempre cosi’? Certo che no! I trend che La baia dei pirati, Assalto al copyright descrive spingono in tutt’altra direzione. Fra qualche anno (o forse qualche decennio?), quando la transizione dall’analogico al digitale sara’ completata, quando la carta stampata sara’ stata marginalizzata in una nicchia simile a quelle dove oggi stanno la poesia o l’origami, quando il consenso culturare avra’ aggiornato i suoi standard di valutazione, le argomentazioni di questa pagina non avranno piu’ alcun senso.
Ma nel frattempo: perche’ mai le idee dei pirati non dovrebbero meritare l’autorevolezza di un libro?
La baia dei pirati [...] pone una questione
politica, su cui i governi glissano ancora
ma che presto o tardi esplodera’…
Alessandro Gilioli – L’Espresso
Alla fine della lunga lettura mi hai convinto che il vettore libro è stata una scelta opportuna, per lo meno per ora, come dici tu stesso. Tra l’altro mi sono anche divertito a seguire la tua logica stringente