LA BAIA DEI PIRATI (libro)

Perche’ e’ coperto da copyright…


Se prendi in mano una copia di La baia dei pirati, Assalto al copyright (e qui intendo ovviamente una copia cartacea, uno di quegli oggetti che si comprano in libreria), la apri e sfogli la prima pagina, puoi leggere sul retro questa scritta:

© Banda Larga srl
I edizione: febbraio 2009
Via Atanasio Kircher, 7
00197 Roma

Sorpreso? Ti sembra curioso che un libro sulla pirateria digitale, un libro che racconta l’agonia del diritto d’autore, sia stato pubblicato con una licenza di copyright tradizionale? Ottimo! Attirare la tua attenzione su queste cose, stuzzicarti a ragionare, e’ esattamente il mio desiderio. Trovo invece bizzarramente spassoso che, per colpa di quella c con il cerchietto, qualcuno si sia addirittura offeso…

Si’, in quella che chiamerei la comunita’ italiana della Free Culture (termine sicuramente arbitrario, che uso per raggruppare tutte le diverse esperienze di progetti Creative Commons, Open Source, Free Software, ecc.) il mio libro ha scatenato una mini polemica. C’e’ chi ha bollato quella c cerchiata come una vera e propria bestemmia, un sacrilegio, un’eresia. C’e’ chi, per colpa di quel marchietto, ha giudicato l’intero progetto ipocrita e immorale. C’e’ chi, addirittura, ha dichiarato che un libro cosi’ non lo leggera’ mai. Per principio! (Alcuni esempi in ordine sparso: 1, 2, 3, 4, 5)

Ora, se ignoriamo gli insulti gratuiti (quando qualcuno ti apostrofa “giornalista del menga” senza nemmeno conoscerti, rispondergli con un bel “blogger del cazzo” e’ facilissimo, ma e’ anche ben noto quanto sia sterile), io trovo che tutta questa agitazione sia assai interessante. Non tanto per quello che ha da dire sul mio libro (che alcuni, appunto, manco hanno letto). Ma perche’ evidenzia il gap che divide i giovani pirati dagli hacktivisti che li hanno preceduti.

Le ragioni di chi si e’ arrabbiato

Per capire di cosa sto parlando presumo che occorra cominciare accettando che al mondo c’e’ anche della gente completamente sprovvista di senso dell’ironia, che non ha mai sentito parlare di surrealismo e di dada, guerriglia mediatica e culture jamming.

Bisogna inoltre evitare di farsi distrarre da chi fa confusione fra vettore e payload, fra messaggero e messaggio, con la stravagante pretesa che scrivere di pirateria sarebbe legittimo solo in modalita’ “no profit” (benissimo, e allora un’inchiesta di mafia va bene solo se viene condotta a colpi di pestaggi e di estorsioni…).

Concediamo infine il beneficio dell’ignoranza totale a chi punta il dito, strillando tutto scandalizzato che quel copyright serve a far diventar ricco l’autore. Quest’ultima – giusto per precisare – e’ un’affermazione da sbellicarsi dal ridere, perche’ i dati dell’industria editoriale non sono un segreto e la matematica non e’ un’opinione.

In Italia, la tiratura media di un libro e’ di circa 4000 copie, e l’84 per cento di tutti i volumi che vengono pubblicati ne vende meno di 500 (i dati vengono da ISTAT e Corriere della Sera). Considerato che un autore si mette in tasca un euro o poco piu’ per copia venduta, considerato che dietro La baia dei pirati ci sono settimane di viaggio, dozzine d’interviste, mesi di lavoro, qualche nozione di aritmetica elementare dovrebbe bastare a capire che, per chi scrive, il ritorno economico di un progetto del genere e’ negativo.

Ma non divaghiamo. Che resta di questa polemica sfrondata dei suoi eccessi retorici? Se guardiamo alla questione in termini puramente pragmatici, l’unica obiezione sensata che mi riesce intravedere e’ questa: pubblicare un libro cartaceo protetto da copyright crea una barriera economica, una scarsita’ artificiale, perche’ non e’ possibile leggerlo senza scucire 12 euro, cosa che contraddice a sua volta l’intera tesi del libro, ovvero che stiamo entrando in un era di circolazione libera e gratuita della cultura.

Tu annuisci? Beh, peccato che quell’affermazione non sia vera.

Dico: se scrivi un libro per raccontare il dilagare inarrestabile della pirateria, non puoi che partire dal presupposto che anche il tuo lavoro sara’ piratato (anzi, se questo non succedesse ci rimarresti persino male, perche’ vorrebbe dire che hai scritto qualcosa di cui non frega niente a nessuno!). E infatti cosi’ e’ stato: a poche settimane dalla sua pubblicazione, La baia dei pirati, Assalto al Copyright e’ apparso sui network p2p in edizione PDF pirata.

Se quindi e’ falso affermare che pubblicare un libro protetto da copyright oggi ne impedisce la circolazione gratuita, cosi’ come e’ falso dire che il copyright arricchisce gli autori, qual’e’ il problema?

Comunardi creativi: il copyright e’ oppressivo

Visto che il buon senso comune qui non sembra di grande aiuto, allarghiamo la prospettiva. In Italia, gli ideali del movimento Free Culture sono tuttora ispirati in modo quasi esclusivo alla filosofia dei Creative Commons, dell’Open Source e del Free Software, o se preferisci alla “prima ondata” di critica intellettuale del copyright.

Quelle esperienze raggiungono massa critica negli anni ‘90 negli Stati Uniti, in ambienti legati al mondo accademico, come reazione a tutta una serie di nuove leggi che avevano prolungato ed esteso la protezione della proprieta’ intellettuale. Lawrence Lessig, brillante professore di diritto di Stanford, e’ la star riluttante del fenomeno.

Capire il contesto qui’ e’ fondamentale. Quelli erano gli anni in cui gli esperti si riempivano la bocca di Digital Right Management, schemi di micro pagamento e lucchetti anticopia. L’internet stava perdendo l’ingenuita’ delle origini. I guru delle “dot com” pontificavano in TV.

La prima ondata di critica del copyright gonfia quindi con intenti meramente difensivi: e’ figlia del pessimismo e della paura. La legge, per un cenacolo di giuristi, puo’ essere interpretata e criticata, ma e’ inconcepibile che non sia rispettata. Le licenze Creative Commons o GNU non rigettano affatto la legittimita’ della proprieta’ intellettuale. Tutto il contrario. Sono dei contratti anche loro, sia pure di tipo diverso, perche’ permettono agli autori di rinunciare volontariamente a certi diritti automatici che le norme prevedono.

Il risultato e’ intrigante, perche’, senza cambiare o infrangere la legge in alcun modo, modifica i termini della questione. Il semplice fatto di mettere sul tavolo un’opzione alternativa, costringe gli autori e gli editori a confrontare una scelta morale: con chi si vogliono schierare? Con la cultura o con il commercio? Con la liberta’ o con l’oppressione? Con i buoni o con i cattivi?

In altre parole: visto che il copyright e’ inattaccabile, visto che sta diventando sempre piu’ oppressivo, visto che i singoli cittadini sono impotenti di fronte ai rigori della legge, solo gli autori e gli editori possono bloccare questa deriva, ribellandosi contro un sistema che si giustifica con la pretesa di tutelare il loro benessere.

Il bollino cc dei Creative Commons e’ una cartina di tornasole morale. Diventa il sigillo che divide i santi dai peccatori.

Giovani pirati: il copyright e’ obsoleto

La modalita’ di pensiero pirata, o se preferisci la “seconda ondata” di critica del copyright, cosi’ come ha preso forma in Svezia (con Piratbyrån, The Pirate Bay e il Pirat Partiet), per dilagare poi fra le nuove generazioni, parte da presupposti completamente diversi.

Invece di eleganti astrazioni accademiche da teste d’uovo, qui abbiamo l’esperienza pratica di ragazzi molto piu’ giovani, che hanno sguazzato nell’abbondanza digitale infinita per tutta la vita.

Il risultato e’ molto piu’ radicale, perche’ mostrandoci che il re e’ nudo – ovvero che copiare bit senza pagare e’ ormai considerato normalissimo da tutti tranne gli addetti ai lavori – i pirati rifiutano i termini della discussione imposti finora dai padroni dei diritti.

Altro che gioco di difesa! A questi ragazzi non basta rammentarci che l’idea di costringere milioni di downloder a smettere di scaricare e’ una pia illusione. Ci vogliono far capire piuttosto che sono le norme ad avere il dovere di rispecchiare il consenso sociale. E non gli basta nemmeno ricordarci che la proprieta’ intellettuale non e’ mai stata un diritto naturale o un postulato giuridico. Pretendono pure che siano i beneficiari di quel sussidio industriale a giustificarne l’utilita’, visto che nel digitale le idee circolano benissimo gratis.

Chi ha letto il libro si ricordera’ come Rasmus Fleischer descrive lo spirito scanzonato di Piratbyrån, il Bureau della Pirateria svedese da cui e’ nato The Pirate Bay e tutto il conseguente pandemono:

«Piratbyrån non è un gruppo, e non lo chiamerei nemmeno un’organizzazione, perché noi non reclutiamo nessuno, noi non facciamo proseliti. [...] Più che da quello che siamo, ci piace essere definiti da quello che non siamo. Contrariamente a ciò che tanta gente pensa, ad esempio, Piratbyrån non è un gruppo di file sharing. Il processo di copia ci interessa moltissimo, ma come questione più generale. Noi non siamo “contro” il copyright. Non abbiamo delle richieste da avanzare. Non abbiamo nemmeno delle soluzioni. Cerchiamo solo di porre tante domande, perché vorremmo che il dibattito uscisse dai confini stretti in cui si trova bloccato, con tutta l’attenzione concentrata solo su chi copia, cosa, quanto. Parlare di copyright, invece, dovrebbe spingerci a parlare di cosa vogliamo, come società, che la tecnologia possa fare, di come vogliamo che i network si possano evolvere nel futuro, di cosa è diventata oggi l’opera d’arte, e di che ruolo vogliamo per la cultura».

Luca Neri, La baia dei pirati, 2009, Roma, Cooper, pag. 71

Ecco, e’ proprio nella ribalderia di simili affermazioni che credo si possa capire l’irritazione di certi hacktivisti della prima ondata.

Se tu hai ripetuto per anni che il copyright e’ oppressivo, pericoloso, immorale, faticando a farti ascoltare, e’ probabile che ti faccia girare le scatole sentir dire da questi “new kids on the block” che il copyright e’ invece obsoleto, insignificante, neppure degno di particolare attenzione.

Se sei un volontario appassionato di progetti Open Source o Free Software e’ possibile che ti sembri sleale il fatto che i pirati mettano a disposizione di chiunque ogni tipo di software commerciale in versione craccata gratuita (ci sono moltissime altre ragioni per cui il software libero e’ migliore di quello proprietario, ma sono piu’ difficili da spiegare del fatto che uno e’ gratis e l’altro costa quattrini).

E se hai passato un’infinita’ di serate a curare raccolte di materiali Creative Commons, o di lavori dimenticati nel pubblico dominio, e’ plausibile che ti faccia schifo osservare come la maggioranza dei cibernauti si abbuffi allegramente di tutte il pop commerciale, le serie TV, il trash hollywoodiano che i pirati offrono a prezzo zero.

Ma se l’irritazione e’ comprensibile, ignorare il messaggio dei pirati resta una scelta puerile, perche’ rifiutare di accettare che gli autori e gli editori hanno perso il potere di monopoio sulle copie, rifiutare di vedere che chiunque e’ ormai in grado di rippare e spargere in rete quello che gli pare, vuol dire rifiutare la realta’ in cui viviamo.

Ancora peggio: cosi’ facendo si rischia di perdere di vista l’ovvio, ovvero che la prima e la seconda ondata si muovono nella stessa direzione, contro lo strapotere del copyright. I pirati – come hai appena letto sopra – non pretendono di saper tutto. Quando dicono che cercare di fermare il file sharing fra privati senza fini di lucro e’ futile e ingiusto, non negano affatto l’utilita’ di regole se lo sfruttamento e’ commerciale. E non si illudono nemmeno che la liberta’ delle reti sia garantita per natura. Non sono antagonisti agli hacktivisti che li hanno preceduti ma complementari.

Tornando alla domanda iniziale…

Quando ho deciso che volevo pubblicare un libro (e le ragioni le ho gia’ spiegate: rileggile se ti fossero sfuggite) ho dovuto ovviamente cercare un editore. Visto che non sono una penna famosa, non sono un raccomandato, non avevo mai pubblicato un libro prima, e visto che proporre un progetto sulla pirateria a un editore e’ un po’ come andare a parlare di corda in casa dell’impiccato, mi reputo fortunato di aver trovato in Cooper/Banda Larga un interlocutore con il coraggio di calarsi dentro un dibattito scomodo.

In quel contesto, quindi, ti posso assicurare che non mi e’ passato neanche per l’anticamera del cervello di avanzare pretese sul tipo di licenza che avrebbe accompagnato il mio libro. Rispetto agli obiettivi che volevo raggiungere, quello per me era un dettaglio simbolico irrilevante, visto che i pirati lo avrebbero comunque ignorato.

Si’, mi sono detto, a ognuno il suo mestiere. Gli autori scrivono, gli editori pubblicano, i pirati piratano… E se in questo modo le idee si diffondono, al diavolo le ortodossie, io sono contento cosi’.

Ti pare un ragionamento un po’ cinico? Oh, yeah… a me va bene. Continui a pensare che ho commesso comunque peccato? Beh, se proprio la vuoi saper tutta, il risultato pratico ottenuto con questo progetto a me sembra assolutamente divino.

Perche’ da una parte adesso c’e’ un libro, che racconta la storia dei pirati esattamente nel modo e nel formato che consideravo ideale, e che tu sei liberissimo di comprare oppure no. Mentre dall’altra c’e’ un PDF pirata, che puoi scaricare senza spendere un’euro, ma solo se accetti di diventare un po’ pirata anche tu, cosa che se non hai mai fatto prima, forse dovresti provare prima di criticare.

Se poi si vuole veramente capire cosa succede e
come funziona il sito per eccellenza sulla pirateria
(ThePirateBay.org) non perdetevi il libro di Luca Neri…

Stefano Salis – Il Sole 24 Ore




Un commento
Perche’ e’ coperto da copyright…

  1. botolo ringhioso scrive:

    Letta la replica e ammirata la stringatezza degli argomenti mi vien voglia di, parafrasare Dante, dirti: “Tu non credei che loico io fussi…”

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