Voilà: la magia del peer-to-peer!
24 ottobre 2009 |
Tagliamo la testa al toro. Vuoi sapere perche’ il peer-to-peer e’ un fenomeno ineluttabile? Vuoi capire qual’e’ la forza che ne alimenta il successo a livello mondiale? La risposta tocca naturalmente qualche concetto base di tecnologia. Ma il punto di partenza migliore e’ un dizionario, come questa definizione che trovi sul fido Ragazzini:
peer
nome.
1 pari; uguale; coetaneo; persona di pari condizione sociale, ecc.: the right to be judged by one’s peers, il diritto d’essere giudicato dai propri pari.
2 Pari (d’Inghilterra, di Scozia o d’Irlanda); Lord; nobile (di un’altra nazione): the peers of the realm, i Pari del Regno.
— (polit.) the House of Peers, le Camera dei Pari (o dei Lord: in Gran Bretagna).Giuseppe Ragazzini (a cura di), Il Nuovo Ragazzini: dizionario inglese-italiano italiano-inglese, Zanichelli, Bologna, 1984 (seconda edizione)
Peer e’ insomma un termine inglese antico, che nonostante nasca in un contesto aristocratico, finisce per indicare l’eguaglianza dei nobili di fronte al sovrano, idea che mette fine al regime della monarchia assoluta (ricorderai la Magna Carta dai libri di scuola…) e si evolve poi nel moderno principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini.
Letteralmente, quindi, la traduzione italiana di peer-to-peer e’ da pari a pari. E nella tecnologia informatica quel termine blasonato e’ stato scelto per indicare un metodo di comunicazione particolare, che tratta tutti i nodi di una rete allo stesso modo, senza gerarchie o discriminazioni, un metodo oggi cosi’ comune che tu stesso, in questo esatto momento, stai navigando “una rete di pari”…
Internet e’ un network di peer
Si’, nel ciberspazio che conosciamo oggi non c’e’ un re, un leader, un presidente, e nemmeno un consiglio di amministrazione.
Internet e’ invece un “network di network”, un immenso collage di reti gestite da operatori diversi, tenuto assieme da una una sorta di esperanto digitale, una collezione di regole di comunicazione di base nota come protocollo Icp/Ip. Il risultato, proprio perche’ non ha un vertice centralizzato, viene spesso rappresentato graficamente come una nuvola (visto che nessuno e’ in grado di mappare l’intera struttura, ne tantomeno i suoi flussi di comunicazione interni), una nuvola a cui si collegano ogni sorta di dispositivi digitali diversi:

Ecco: la forza del protocollo Tcp/Ip (e di conseguenza di internet) sta nel semplice fatto che lui non ha bisogno di saper nulla di quei dispositivi (cosa sono? come funzionano? di chi sono?) per farli parlare fra loro. Ai suoi occhi ogni nodo della rete e’ ridotto a pura astrazione, un singolo identificativo numerico (il cosidetto numero di Ip), un indirizzo verso cui eventualmente smistare quei dati che lo richiedano, mentre tutto il resto e’ come se non esistesse:

In termini puramente topologici – ovvero di relazione astratta fra le parti di un sistema – la rete telefonica tradizionale funge in un modo simile (ripetesi: stiamo parlando in generale, i meccanismi tecnici specifici della comunicazione internet sono completamente diversi).
Anche in questo caso abbiamo utenze d’ogni tipo, sparse per tutto il mondo, che usano tecnologie diverse, sulle reti di vari operatori:

E anche in questo caso abbiamo degli standard di base comuni, che rendeno possibile l’interoperabilita’ fra tutti i sottonetwork a livello mondiale, perche’ vedono ogni singolo nodo come un mero indirizzo astratto (rappresentato qui dal tradizionale numero di telefono con i suoi relativi prefissi), ignorando tutto il resto:

Comunicazione one-to-one
Un’osservazione apparentemente banale, ma in questo contesto essenziale, e’ che la telefonia tradizionale utilizza una modalita’ di comunicazione che gli esperti chiamano one-to-one, da uno a uno, da punto a punto. Questo vuol dire che ogni scambio d’informazioni richiede il coinvolgimento attivo di due controparti specifiche.
Se cerchi compagnia per andare al cinema, ad esempio, e digiti un numero sulla tastiera del tuo cellulare, tu sai che quell’azione fara’ squillare l’apparecchio di una persona precisa (Giovanni, invece che Arturo, o un’altro abbonato qualsiasi), e che lui dovra’ accettare di rispondere alla tua chiamata (o almeno aver attivato un servizio di segreteria, delegando a un robot il compito di rispondere a nome suo), prima che il tuo messaggio possa correre sul filo:

Altrettanto ovvio e’ che se al cinema vuoi invitare tre amici invece di uno solo, dovrai ripetere quell’operazione di trasmissione tre volte, facendo tre telefonate (usare un sistema di conference call magari e’ piu’ conveniente, ma non cambia i paramentri della questione: dietro le quinte la comunicazione richiede sempre l’uso di tre linee).
Idem per internet. Anche qui quando scrivi un indirizzo nel tuo browser, o clicchi sul link di una pagina web, non stai facendo una cosa molto diversa da digitare un numero di telefono, nel senso che la rete traduce in modo invisibile quella Url in una cifra (il numero di Ip menzionato sopra), e la usa per aprire una conversazione con un nodo specifico (Google, invece che Yahoo, o il computer di tuo cugino), nodo che a sua volta e’ libero di risponderrti oppure no, generando un dialogo che si potrebbe parafrasare cosi’:
- “Salve, la posso disturbare?”
“Ma certo. Che posso fare per lei?”
“Vorrei visionare questa pagina web”
“Prego, si accomodi: sto inviando i
dati necessari al suo browser…”

Nota che pure qui, se vuoi comunicare con piu’ di un nodo (perche’ vuoi mandare ad esempio la stessa foto a tre amici), devi ripetere la trasmissione tante volte quanti sono i destinatari (e inserire tre indirizzi diversi nello stesso messaggio di email non cambia nulla: sulla rete i bit di quella foto viaggiano sempre tre volte).
Comunicazione one-to-many
Se questa e’ la logica tecnica che permette a internet di funzionare, quando si passa all’esperienza pratica, a quello che osserviamo nel nostro uso quotidiano della rete, la percezione e’ un po’ diversa. I peer saranno anche tutti uguali, agli occhi del protocollo, ma a noi alcuni appaiono decisamente piu’ uguali degli altri.
Se sei un utente consumer tipico, ad esempio, il computer che hai in casa, il nodo con cui ti colleghi alla rete, e’ probabile che svolga una funzione da terminale piuttosto passivo (quello che gli esperti chiamano un ruolo di client), nel senso che mentre ti permette di accedere a tutto quello che desideri in rete, lui, di suo, ha poco o nulla che puo’ offrire al resto del mondo.
I contenuti e i servizi che rendono internet cosi’ eccitante stanno invece sui server, macchine specializzate, gestite in genere da aziende commerciali, che finiscono per fare il grosso del lavoro, creando un flusso di traffico asimmetrico come questo:

Questo flusso di comunicazione a piramide, dove un vertice emana informazioni verso una base allargata di ricettori, ti dovrebbe essere familiare, perche’ ricalca la topologia one-to-many (da uno a tanti) tipica di tutti i mass media tradizionali come la televisione:

C’e’ pero’ un piccolo dettaglio che manda in tilt l’analogia. Nel caso del broadcasting televisivo la modalita’ di consumo one-to-many e’ in perfetta simbiosi con la tecnologia di trasmissione. Mettere in onda un canale Tv richiede un bell’investimento iniziale (le frequenze sono scarse, le licenze preziose, le apparecchiature costose). Ma una volta che quello e’ stato coperto, il costo di trasmissione resta fisso, anche se l’audience cresce fino a toccare milioni di persone:

Quando parliamo di internet, invece, abbiamo visto che la tecnologia richiede al server di ripetere la trasmissione dei dati per ogni singola richiesta in arrivo dai client. Di conseguenza, il costo di distribuzione non e’ mai fisso, ma cresce in modo direttamente proporzionale alla popolarita’ dei contenuti. Anzi, una folla di milioni di cibernauti che all’improvviso decide di guardare lo stesso video (attivita’ che nel mondo della Tv e’ norma quotidiana), su internet rischia di mandare in sovraccarico anche il sistema piu’ sofisticato:

La magia del peer-to-peer
Nel contesto che abbiamo appena visto la trovata del peer-to-peer e’ semplice quanto geniale: spostare il grosso del lavoro dal server centrale a tutta la periferia dei client, permettendo ai computer degli utenti comuni di parlare e collaborare direttamente da pari a pari.
Certo, per poter condividere un file, qualcuno da qualche parte deve inserirne una prima copia in rete. Ma una volta che la gente comincia a scaricare quell’originale, i software peer-to-peer oggi in uso si assicurano automaticamente che ognuno cominci a condividere con tutti gli altri, sminuzzando il file di partenza in tanti pezzettini, e generando una matrice di connessioni che si sparpagliano senza collo di bottiglia, al contrario del modello server-client:

Tu dirai: ma l’hai visto il computer che ho a casa io? Come ti puo’ venire in mente di paragonare un vecchio catorcio come quello con le batterie di super server di YouTube? La mia risposta e’ che oggi, in qualsiasi momento, sui network p2p trovi aggregazioni di decine di milioni di peer. Non solo, ognuna di quelle macchine, e ognuna delle linee Dsl a cui sono collegate, se prima veniva usata solo per navigare il web, leggere l’email, aggiornare Facebook e cose simili, passava la maggior parte della sua giornata a non far nulla:

Il software peer-to-peer, invece, una volta che lo hai lanciato, non ha piu’ bisogno della tua presenza. Mentre tu mangi, dormi, stai a lavorare, o a far quello che ti pare, lui continua a faticare indefesso nel background, giorno e notte, senza soste, scaricando i file che gli hai richiesto, mentre ristribuisce dati agli altri membri del network:

Moltiplica questo effetto per milioni di computer e il risultato e’ una bella sorpresa, perche’ ci ritroviamo in mano un nuovo canale di distribuzione, che copre il mondo intero, permettendo di far circolare qualsiasi tipo di dati, a un costo di gran lunga inferiore a quello del vecchio modello server-client.
Anzi, visto che quel costo e’ suddiviso fra le moltitudini di peer che partecipano volontariamente al gioco, visto che quegli utenti i loro computer li hanno gia’ pagati, e visto che nella maggioranza dei casi i contratti Dsl sono a tariffa fissa, agli occhi del singolo individuo quel costo e’ esattamente pari a zero!
La prima, stupefacente, constatazione finale e’ quindi:
- Il p2p elimina il costo di distribuzione
Questa e’ ovviamente una cosa buona. Ottimizzare i processi, renderli piu’ efficenti e meno costosi, e’ esattamento l’obiettivo di tutta la tecnologia. In un regime di libero mercato le soluzioni piu’ convenienti economicamente finiscono naturalmente per trionfare sulle alternative precedenti, aumentando il benessere collettivo. E il peer-to-peer e’ chiaramente un’innovazione vantaggiosa.
Ma se mi hai seguito in tutto questo lungo ragionamento, se hai capito che qui sparisce il server, il vertice, l’emittente centrale dei contenuti, mentre il potere passa in mano alle moltitudini dei peer, dovrebbe esserti altrettanto chiaro questo secondo dato di fatto:
- Il p2p provoca una perdita di controllo
Non e’ piu’ l’editore, il tycoon televisivo, o il gestore di un server che decide cosa pubblicare. Chiunque lo puo’ fare. E pure gratis! Cercare di limitare la circolazione di certi lavori (perche’ violano il copyright, offendono la morale, il governo li vuole censurare) e’ inconciliabile con una tecnologia che moltiplica invece all’infinito le copie, proprio perche’ ha eliminato il loro costo di distribuzione.
Ci credo che le multinazionali dei diritti siano terrorizzate… Possono schierarsi contro il progresso tecnico, ben sapendo che alla lunga questo le condannera’ all’irrilevanza. O possono accettare il fatto che il nuovo prezzo di una copia e’ zero. In entrambi i casi la rendita di monopolio di cui hanno goduto in passato e’ finita. Per sempre.