Usa: una punizione esemplare
24 agosto 2009 |
La signora Jammie Thomas-Rasset, di Brainerd nel Minnesota, vanta un triste primato: e’ la prima utente internet americana mai condannata da una giuria popolare, in un processo federale, per violazione del copyright con il file-sharing.
La sentenza che gli e’ stata imposta? Pagare alle case discografiche un risarcimento di 80.000 dollari per ognuna delle 24 canzoni che aveva condiviso con Kazaa, per un totale di $1.920.000!
La vicissitudini di questa mamma indiana di quattro bambini, per quanto estreme, sono solo la punta di un iceberg molto piu’ grande. A partire dal 2003, sfruttando il regime sulla privacy molto lasco che e’ tipico degli Stati uniti, la Recording Industry Association of America (Riaa), la lobby nazionale dei discografici, ha cominciato a infiltrare i network peer-to-peer, lanciando cause legali civili contro migliaia di cibernauti.
Fred von Lohmann, Senior Staff Attorney dell’Electronic Frontier Foundation (Eff), una delle organizzazioni che ha cercato di documentare il fenomeno, mi ha detto nel corso di uno scambio di email che le denunce della Riaa hanno colpito almeno 30.000 cittadini americani, fra il 2003 e il 2006, una cifra confermata personalmente a von Lohmann da Richard Gabriel, l’avvocato che coordina la campagna legale per conto dei discografici.
Electronic Frontier foundation, “RIAA v. The People”
http://www.eff.org/riaa-v-people
La strategia e’ abbastanza palese: terrorizzare i presunti file-sharer con valanghe di documenti legali, fargli capire subito che difentersi in una causa intentata da una multinazionale gli costera’ comunque un sacco di quattrini, e spingerli quindi a un patteggiamento privato, con un’ammissione di colpevolezza e il pagamento di qualche migliaio di dollari, in cambio del ritiro della denuncia.
Il caso di Jammie Thomas-Rasset e’ quindi inusuale proprio perche’ l’imputata ha rifiutato quella via d’uscita (e non certo per idealismo militante o desiderio di fare disubbidienza civile: pare piu’ un mix d’ignoranza e cocciutaggine psicologica). Rinviata a giudizio e processata per violazione del copyright, il 4 ottobre 2007, dopo aver offerto una difesa particolarmente sconclusionata, e’ stata condannata al pagamento di $220.000 di danni:
Jeff Leeds
“Labels Win Suit Against Song Sharer”
The New York Times, 5 ottobre 2007
Il testo integrale dell’articolo su NYTimes.com
Quella sentenza ha fatto subito discutere, mettendo in evidenza il divario fra i mezzi degli studi legali al servizio dei discografici e quelli della difesa di un semplice cittadino. Lo stesso giudice che aveva presieduto il processo ha riconosciuto poco dopo di aver fornito istruzioni incorrette alla giuria, prendendo per buona un’interpretazione della legge più rigorosa del dovuto, così come sostenuto in aula dagli avvocati della Riaa:
Declan McCullagh
“Riaa Defendant Jammie Thomas May Get New Trial”
Cnet News, 15 maggio 2008
http://news.cnet.com/8301-13578_3-9945643-38.html
Pochi mesi dopo la sentenza viene effettivamente annullata:
David Kravets
“Judge Declares Mistrial in RIAA-Jammie Thomas Trial”
Wired.com, 24 settembre 2008
http://www.wired.com/threatlevel/2008/09/not-for-publica/
Ma quando il processo viene celebrato di nuovo, il risultato cambia solo in peggio, nel senso che la difesa non riesce nuovamente ad articolare un’alternativa credibile alle tesi delle parti lese, e la giuria alza la condanna a quasi due milioni di dollari:
“Music Labels Win $2 Million in Web Case”
Bloomberg News, 8 giugno 2009
Il testo integrale dell’articolo su NYTimes.com
Fine della storia? Magari… Una nuova richiesta di annullamento del processo e’ gia’ stata presentata. Questa volta perche’ la sanzione imposta sarebbe cosi’ onerosa e sproporzionata da diventare anticostituzionale (ricordati: stiamo parlando di un caso civile, un contenzioso economico fra due parti private).
Nel frattempo, la strategia di fare causa ai cibernauti e’ stata abbandonata dalla Riaa, che si e’ resa conto della sua futilita’ pratica (la pirateria musicale continua a dilagare anche negli USA) e degli effetti disastrosi in termini di pubbliche relazioni (un business che si fa la fama di perseguitare la sua clientela non ha un grande futuro).
Come ben noto a chi vive in Europa, dove l’epicentro del contenzioso legale sul copyright oggi si e’ spostato, la nuova strategia delle multinazionali dell’audiovisivo e’ invece quella di costringere i fornitori di connettivita’ internet a fare da poliziotti, tagliando le connessioni dei downloader recidivi.
Il caso della signora Thomas, quindi, vive ormai in una sorta di universo parallelo. Anche se intestardirsi a rovinare una madre con una sanzione pecuniaria spropositata non puo’ giovare in alcun modo all’immagine della Riaa, gli avvocati dei discografici paiono incapaci rinunciare a questa unica vittoria simbolica, tanto quanto l’imputata pare testarda nel ribadire la sua innocenza totale.