BIBLIOGRAFIA CORSARA

Internet nasce libertaria…


Internet interpreta la censura
come una disfunzione
e gli gira attorno.

John Gilmore

Questa frase (l’originale inglese dice: “The Net interprets censorship as damage and routes around it”) è attribuita a John Gilmore, uno dei “digerati” americani più famosi della prima ora, milionario grazie al successo della Sun Microsystem, co-fondatore della Electronic Frontier Foundation, membro di spicco dei cyberpunk.

Secondo quanto dichiarato da Gilmore stesso a Joseph Reagle, del Berkman Center for Internet and Society della Harvard Law School, mentre lavorava al paper Why the Internet is Good (1999), la frase sarebbe stata coniata fra il 1993 e il 1994, anche se non è chiaro quando e dove fu pubblicata per la prima volta.

Oggi, ovviamente, gli esperti possono solo scuotere la testa. Basta guardare a quello che succede in Cina, o nei paesi arabi, per capire che la rete si censura benissimo. Ma quell’aforisma descrive alla perfezione l’ethos prevalente fra i pionieri dell’era digitale.

Il legame simbiotico fra la cultura hippie della West Coast americana e la comunita’ di giovani “smanettoni” che scateno’ la rivoluzione del Personal Computer e’ documentato fin dal primo classico dell’era digitale, il libro che ha fatto conoscere al grande pubblico la parola “hacker” (vedi tutta la sezione centrale del volume):

Steven Levy
Hackers: Heroes of the Computer Revolution
Doubleday, New York, 1984

La scheda bibliografica su WorldCat.org
Il libro in edizione paperback su Amazon.com
I primi due capitoli su Project Gutemberg

Piu’ di recente, quel tema e’ stato ripreso da un’altra grande firma del giornalismo tecnologico americano, con un livello di dettaglio puntiglioso e una prospettiva piu’ distaccata:

John Markoff
What the Dormouse Said: How the Sixties Counterculture Shaped the Personal Computer Industry
Viking, New York, 2005

La scheda bibliografica su WorldCat.org
Il libro in edizione paperback su Amazon.com

(Nota per i curiosi: la frase usata nel titolo, “What the Dormouse Said”, viene da una canzone dei Jefferson Airplane, che l’avevano tratta a loro volta dalla storia di Alice nel Paese delle Meraviglie.)

A me pare inoltre molto divertente andare a rileggere alcuni dei proclami piu’ famosi di quel periodo (la rete ne ospita ovviamente dozzine e dozzine), come questo articolo di Steward Brand, pubblicato nel 1995 su un numero speciale del settimanale Time intitolato “Benvenuto nel ciberspazio”, dove il celeberrimo editore della cultura hippie prima e cyber poi arrivava a dire:

Scordatevi le manifestazioni contro la guerra, Woodstock e persino i capelloni. La vera’ eredita’ della generazione anni ‘60 e’ la rivoluzione del computer.

Steward Brand
“We Owe It All to the Hippies”
Time [edizione speciale], Primavera 1995, Vol. 145, 12

L’articolo completo su Time.com
L’articolo riprodotto senza pubblicita’

O ancora la mitica Dichiarazione d’indipendenza del ciberspazio, lanciata nel 1996 da John Perry Barlow, l’ex paroliere dei Grateful Dead e altro co-fondatore dell’Electronic Frontier Foundation:

John Perry Barlow
“A Cyberspace Independence Declaration”
[email], 9 febbraio 1996

Il testo dell’email archiviato su Eff.org

Due, a mio parere, le conclusioni.

Per prima cosa mi pare innegabile che il successo dell’internet sia dovuto in gran parte all’aver incorporato nel Dna dei suoi protocolli di base l’ethos libertario, tollerante, individualista e anti autoritario della contro cultura americana (attento: che e’ molto diversa dal radicalismo dell’estrema sinistra europea dello stesso periodo).

Si’, proprio perche’ la sua architettura e’ cosi’ aperta, decentrata, non gerarchica, regolamentata solo dal consenso grezzo di una meritocrazia volontaria – o se preferisci proprio perche’ e’ cosi’ “fricchettona” – l’internet si e’ dimostrata tanto flessibile e tanto efficente da dilagare rapidamente su tutto il pianeta.

La seconda conclusione, invece, e’ che gli addetti ai lavori hanno perfettamente ragione quando ribattono che il ciberspazio si puo’ censurare benissimo, anzi, che la tecnologia digitale ha tutto il potenziale per diventare lo strumento di controllo piu’ capillare e potente che sia mai esistito nella storia.

In altre parole: se l’internet oggi e’ fondamentalmente libera, non e’ per caso, perche’ cosi’ vogliono le leggi della natura o del destino. E’ il risultato degli sforzi di un manipolo di hacktivisti ante-litteram (Stewart Brand, appunto, ma anche Kevin Kelly, Esther Dyson, Howard Rheingold e John Perry Barlow) che all’alba della frontiera digitale si sono sobbarcati il ruolo di moralisti critici, influenzando profondamente il dibattito sociale e politico sul ruolo delle reti, come documentato con grande rigore in questo saggio:

Fred Turner
From Counterculture to Cyberculture: Stewart Brand, the Whole Earth Network, and the Rise of Digital Utopianism
University Of Chicago Press, 2006

La scheda bibliografica su WorldCat.org
La preview del libro su Goggle Books
Il libro in edizione paperback su Amazon.com
L’introduzione sul sito della University of Chicago Press

Deduzione finale: parlare del futuro del ciberspazio in bianco e nero, come naturale paradiso dell’anarchia o come inevitabile inferno del Grande Fratello, non e’ molto utile. La storia della nascita di internet ci dovrebbe piuttosto insegnare che il domani delle reti digitali e’ nelle nostre mani. Dipendera’ da come sceglieremo di continuare la conversazione lanciata da quei pionieri fricchettoni. Dipendera’ da quanto e dove i cibernauti faranno sentire le loro voci.


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