25 gennaio 2010 |
Grande baccano in Italia, dopo che il Corriere della Sera di e’ accorto che i gestori di The Pirate Bay hanno lanciato pubblicamente all’inizio della scorsa settimana Ipredator, un nuovo servizio per navigare (e quindi anche scaricare) anonimamente in rete.
Disponibile su abbonamento, per la modica cifra di 15 euro per tre mesi, questo prodotto e’ stato battezzato con un nome che sbeffeggia l’Intellectual Property Rights Enforcement Directive (Ipred), ovvero la direttiva europea, recepita la scorsa estate dal governo svedese, che costringe i provider di connettivita’ internet a passare i dati personali dei loro utenti, sospettati di violazione delle norme sul copyright, alle associazioni dei detentori dei diritti, cosa fino allora vietata dalle norme sulla privacy del paese scandinavo.
Ora, da un punto di vista strettamente tecnico, Ipredator non e’ assolutamente nulla di nuovo, visto che e’ solo un banalissimo servizio di Virtual Private Network (Vpn), quel meccanismo che crea un tunnel cifrato fra due computer collegati in rete, impedendo a chi si trovi lungo la strada di “origliare” i dati che si scambiano.
Le connessioni Vpn sono usate ogni giorno da imprese di tutti i tipi, per proteggere la riservatezza degli scambi di informazioni fra sedi centrali, filiali distaccate e dipendenti in trasferta (che magari hanno bisogno di accedere alle risorse informatiche aziendali da una stanza di albergo o da un punto wi-fi pubblico).
Nel caso specifico di Ipredator l’implementazione della tecnologia Vpn ricalca lo schema di servizi costruiti su misura per chi vive in paesi totalitari, dove l’accesso a internet viene filtrato e censurato dai governi locali, impedendo la libera navigazione verso certi siti o l’uso di particolari piattaforme digitali.
Ci sono dozzine di altri provider che offrono servizi di Vpn – tanto a pagamento quanto gratuiti (con il supporto della pubblicita’) – per chi ad esempio risiede in Cina o nei paesi arabi, permettendogli di navigare la rete con la massima liberta’, come se si trovasse in Gran Bretagna o negli Stati Uniti (vedi fra i tantissimi esempi Ultrareach, Hotspot Shield, IP Hider, HideIpVPN o Hide My IP).
L’unica cosa in piu’ che i gestori di Ipredator promettono a chi lo utilizza, sfruttando la credibilita’ che si sono conquistati fra i downloader grazie alle persecuzioni a cui li hanno sottoposti le multinazionali dell’audiovisivo, e’ che loro non registreranno mai alcun dato di traffico (i cosidetti log), rendendo di fatto impossibile alle autorita’ – anche in presenza di eventuali denunce e ingiunzioni legali – di risalire all’identita’ di un utente specifico.
Questo e’ un punto chiave, visto che chi sceglie di utilizzare Vpn che fanno capo a server gestiti da terzi deve per definizione “fidarsi” dell’integrita’ di chi li amministra, cosa non sempre facile quando si tratta di servizi commerciali. Anzi, basta un minimo sforzo di ricerca in rete per scoprire che Ipredator ricicla un servizio di Vpn svedese esistente da tempo, che si chiama Relakks e che continua a funzionare in parallelo, appiccicandogli sopra un marchio (o se preferisci un “bollino di garanzia”) piu’ piratesco.
Ed eccoci allora alle critiche che questa operazione ha scatenato. Alcuni esperti di sicurezza informatica hanno osservato che il tipo di tecnologia impiegato da Ipredator per cifrare le connessioni e’ abbastanza antiquato (si tratta di PPTP, un vecchio protocollo proposto da un consorzio di aziende commerciali) e che potrebbe essere “bucato” da un intercettatore particolarmente determinato.
Eppure, considerato che lo scopo primario di Ipredator pare quello di permettere ai file-sharer di condividere materiali senza paura di essere denunciati dalle major dell’audiovisivo (e non la trasmissione di segreti di stato) questa critica e’ forse un pochino esagerata, come mi ha spiegato Alessandro Bottoni, consulente informatico molto stimato, oltre che segretario del Partito Pirata italiano.
C’e’ anche chi ha storto la bocca perche’ Ipredator non sfrutta un protocollo Open Source, ne tantomeno uno standard ratificato dall’Internet Engineering Task Force (Ietf), pur utilizzando server Linux. Su questo dettaglio ognuno e’ libero di dare il giudizo che vuole, ma dubito che possa dissuadere la stragrande maggioranza dei possibili utenti del servizio.
Infine c’e’ la questione quattrini. Sulla stampa generalista sono riecheggiati toni scandalizzati perche’ l’uso di Ipredator richiede il pagamento di un canone. Eppure questa a me pare un’obiezione un po’ strumentale, dato che l’architettura di un sistema del genere, facendo passare tutti i dati attraverso un server in Svezia, ha bisogno di un “bocchettone” di banda molto capiente, se si vuole garantire una velocita’ di navigazione decente a chi lo usa.
Tale connettivita’ in qualche modo deve essere pagata, e un piccolo abbonamento mi sembra preferibile all’unica alternativa possibile, ovvero una sponsorizzazione pubblicitaria (il fatto che esistano sistemi di anonimato non commerciali, basati sull’uso di risorse donate da volontari – come Tor, Anonet, ANTs P2P, Mute e tanti altri – non cambia veramente l’equazione, perche’ questi strumenti sono difficili da usare, lenti o vietano addirittura il traffico p2p).
Ma come sempre succede in questi casi, il diavolo sta’ nel dettaglio, ed e’ legittimo sostenere che probabilmente cinque euro al mese sono un po’ tanti per coprire solo le spese. I gestori di Ipredator si giustificano sussurrando che questo e’ un progetto “politico” e che i fondi raccoli serviranno anche per finanziare lo sviluppo di altri, non meglio precisati, strumenti per impedire a governi e multinazionali di violare la privacy e la liberta’ dei cibernauti.
In conclusione, quindi, il lancio di Ipredator puo’ forse stupire i non addetti ai lavori, ma e’ solo la logica e inevitabile evoluzione di una tecnologia ben collaudata. E’ piu’ un colpo di propaganda che altro. Teso a ribadire la futilita’ della lotta alla pirateria in rete, perche’ piu’ ci si incattivisce a cercare di punire chi scarica senza pagare e piu’ si spingeranno queste persone ad adottare gli stessi strumenti tecnici che permettono ai dissidenti iraniani o cinesi di sfuggire alle maglie della censura. I nostri politici farebbero bene a prenderne nota…