La Cina “ripulisce” la rete:
sbattuti in galera 5.394 cibernauti


Paese che vai, caccia alle streghe che trovi… Mentre i governanti di mezza Europa strillano che la rete ha bisogno di “nuove regole” per difendere la societa’ dal dilagare della pirateria (o, a casa nostra, dai social network che inciterebbero all’odio), i vertici della Repubblica popolare cinese sostengono che va “ripulita” per salvaguardare la salute emotiva dei bambini dal proliferare della pornografia.

A tal fine, il governo di Pechino ha lanciato negli ultimi quattro mesi un nuova campagna repressiva, di cui il Ministero della sicurezza pubblica offre un primo bilancio sul suo sito ufficiale, informandoci che ha portato all’arresto di ben 5.394 cittadini nel corso del 2009, con un aumento del 400 per cento rispetto all’anno precedente.

Il comunicato del ministero annuncia inoltre l’intento di “intensificare la punizione degli operatori che non rispettano leggi e regolamenti”, con l’obiettivo di “rafforzare il controllo sull’informazione”, anche attraverso “pressioni sugli Internet Service Provider affinche’ adottino tecnologie di prevenzione”.

Sono parole che suonano familiari? Aspirazioni sorprendentemente simili a quelli di certi nostri parlamentari e magistrati? Beh, diciamo che le autorita’ cinesi, quando si parla di controllo delle reti, almeno hanno capito la futilita’ delle mezze misure, tanto che si possono vantare di aver messo in piedi l’apparato di tecnologia censoria di gran lunga piu’ potente e sofisticato del pianeta.

Perche’ preoccuparsi ad esempio di quali gruppi non graditi la gente potrebbe scegliere di creare su Facebook? Dallo scorso autunno, in previsione delle celebrazioni per il sessantenario della fondazione del partito comunista, che ricorreva il primo ottobre, la Cina ha bandito l’accesso a Facebook, assieme a YouTube, Twitter e Flickr, oltre a dozzine di altri siti e social network che permettono la condivisione di messaggi e contenuti generati direttamente dagli utenti.

Sempre nel 2009 le autorita’ hanno approvato nuove regole che hanno ridotto drasticamente il numero delle persone che possono registrare un dominio internet all’interno del paese (e quindi creare un sito indipendente), oltre a interrogare e arrestare diversi blogger che avevano osato pubblicare notizie e opinioni non gradite (anche se queste non avevano nulla a che fare con argomenti tabu’, come politica o religione), fra cui Zhao Lianhai, il padre di uno dei bimbi avvelenati nello scandalo del latte contaminato dalla melanina.

Nel caso dello Xinjiang, la regione di frontiera che nel luglio scorso e’ stata il teatro di una sanguinosa rivolta da parte delle minoranza etnica musulmana, il governo e’ arrivato all’estremo di “spengere” tutti gli accessi a internet, un bando che resta tuttora in vigore.

Allo stesso tempo, i vertici di Pechino sono sempre stati coscenti dell’immenso valore economico che internet rappresenta per un paese che vuole colmare un vasto gap tecnologico e punta sulle esportazioni come volano di sviluppo. Questo vuol dire che, invece di bandire completamente l’accesso alla rete, l’obiettivo dl governo e’ da anni quello di “addomesticarla”, con un sistema concentrico di filtri e divieti, che alterna cicli di relativa tolleranza e repressione.

Il cuore di questo meccanismo e’ stato battezzato dalle autorita’ Golden Shield (scudo dorato), ed e’ meglio noto in occidente come il Great Firewall (un gioco di parole con la Grande muraglia cinese). Ideato nel 1998, e reso operativo nel 2003, tale apparato si stima che impieghi oggi piu’ di 30.000 censori, anche se la sua efficacia e’ dovuta in gran parte a una certa ambiguita’ delle sue regole, che incita utenti e operatori di servizi in rete all’autocensura.

Queste barriere attive sono accompagnate dall’obbligo, in vigore fin dal 1996, per chiunque voglia collegarsi in rete di registrarsi presso il commissariato della polizia locale (una norma che, caso unico nel mondo occidentale, ricorda le disposizioni del famigerato Decreto Pisanu, appena rinnovato per un altro anno dal nostro governo).

Ebbene, ma qual’e’ il risultato di questo sforzo colossale? Per la maggior parte dei cibernauti cinesi, cosi’ come accade nel resto del mondo, la rete e’ sopratutto una fonte d’intrattenimento, dove si gioca, si fanno acquisti, si scarica musica, si fa il tifo per squadre sportive, si leggono pettegolezzi sui divi locali.

La popolarita’ di queste attivita’ “innocenti” e’ tale che oggi la Cina puo’ vantare la comunita’ internet piu’ vasta del mondo, con oltre 360 milioni di utenti. Secondo le statistiche ufficiali, nella prima meta’ del 2009, una media di 220.995 persone al giorno (o se preferisci 153 al minuto!) e’ entrata in rete per la prima volta. E di fronte a questo tsunami di cibernauti non c’e’ tecnologia censoria che possa veramente bloccare tutto quanto al governo non piace.

Anzi: la decisione di bandire l’accesso ai social network e servizi dove la gente puo’ pubblicare liberamente quello che vuole, se da una parte semplifica enormemente il lavoro dei censori, perche’ e’ molto piu’ facile controllare un sito web tradizionale (dove c’e’ un gestore con nome e cognome o almeno una ragione sociale) che una piattaforma di condivisione (con moltitudini di utenti diversi), dall’altra ha messo in moto quello che Ethan Zuckerman, noto ricercatore di Harvard, ha definito come l’effetto gattino carino.

Questo vuol dire che se fai sparire dalla rete qualsiasi riferimento al massacro di Piazza Tiananmen o al Dalai Lama la censura resta di fatto invisibile ai piu’, mentre se censuri in toto Flickr o YouTube i milioni di persone che frequentavano quei siti per godersi foto e video di gattini (una delle manie “innocenti” piu’ popolari in rete) se ne accorgono subito. E magari si arrabbiano pure!

Con questa dinamica in mente dovrebbe quindi diventare piu’ chiaro perche’, anche in un paese totalitario come la Cina, le autorita’ abbiano dovuto abbandonare, sempre l’anno scorso, il progetto di controllo della rete piu’ ambizioso che avessero mai concepito, e che prevedeva l’installazione obbligaria di un software di filtraggio delle comunicazioni internet, chiamato Green Dam, Youth Escort (diga verde, tutore della gioventu’), su tutti i nuovi PC offerti in vendita.

Tutto questo ha spinto Isaac Mao, uno dei pionieri del blogging in Cina, a sostenere che mentre i censori sono sicuramente in grado di vincere tutte le singole battaglie che desiderano, mettendo a tacere questo o quel critico, facendo sparire questa o quella notizia, in realta’ stanno perdendo la guerra per il controllo dell’informazione.

Xiao Qiang, uno studioso di internet in Cina presso la University of California di Berkeley, spiega a sua volta che per quanto le tecniche censorie messe in campo dai vertici di Pechino siano sofisticate e potenti, non sono affatto infallibili. Anzi, piu’ il governo si accanisce a rafforzarle, e piu’ nemici finisce per crearsi fra i cittadini qualsiasi, ovvero fra gente che mai si sarebbe sognata di fare hacktivismo.

Alla faccia delle migliaia di cibernauti sbattuti in galera, insomma, fare fan qiang (un termine che si puo’ tradurre con “saltare il muro”) non e’ piu’ un’attivita’ riservata ai ciber-dissidenti piu’ smaliziati nell’utilizzo della tecnologia digitale, ma un “gioco” che ormai coinvolge un numero crescenti di persone assolutamente insospettabili, sopratutto fra i piu’ giovani.

Ecco: e’ questo che vogliamo anche a casa nostra? O non sarebbe forse il caso di invitare tutti quegli esperti e quei politici italiani che all’improvviso si sono messi a strepitare che la rete va controllata e regolamentata a un bel corso di recupero in un cybercafe’ cinese?


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