Unione europea, Oracle e MySQL:
di chi e’ l’Open Source?


Chiedersi di chi e’ l’Open Source – il software libero di cui chiunque puo’ ispezionare il codice di programma e modificarlo a suo piacere – potrebbe sembrare una domanda senza senso. L’Open Source e’ di tutti e di nessuno, dice il luogo comune, visto che per definizione non ha un proprietario, ma nasce invece dalla libera collaborazione di una comunita’ di volontari e puo’ essere usato senza pagare.

Eppure la recente acquisizione di Sun Microsystems (gigante Usa specializzato nella produzione di server ad alte prestazioni) da parte di Oracle (altro colosso americano che offre software proprietario per grandi banche dati) dimostra che la realta’ non e’ affatto cosi’ semplice, visto che Sun aveva acquistato nel gennaio 2008, per la bellezza di un miliardo di dollari, MySQL, ovvero la societa’ che ha sviluppato il database Open Source piu’ popolare del mondo.

Il timore dei sostenitori del free software e’ quindi che l’obiettivo di Oracle, la ragione che l’ha spinto a lanciare un’offerta d’acquisto di ben 7,4 miliardi di dollari per Sun, sia “uccidere” proprio MySQL, un concorrente che negli ultimi anni ha indubbiamente provocato una fortissima pressione sui suoi margini di profitto.

Tali preoccupazioni paiono essere state recepite dalla commissione antitrust dell’Unione europea, che al contrario della sua controparte americana (che ha gia’ offerto il suo Ok all’operazione) ha sollevato forti obiezioni e dovra’ pronunciarsi in materia entro il 19 gennaio.

Dobbiamo quindi concludere che in materia di software la burocrazia di Bruxelles sia piu’ illuminata e libertaria di quella di Washington? O che quando si parla di politica della tecnologia un’Europa dominata da governi conservatori sia oggi piu’ avanti dell’America di Obama?

Io, francamente, ho qualche dubbio. Anzi, credo che, se si lasciano da parte per un momento gli slogan da faciloni, questo contenzioso offra lo spunto per alcune riflessioni importanti sulle prospettive e sui limiti del fenomeno dell’Open Source a livello mondiale.

Innanzi tutto, che ci piaccia o no, dovremmo partire dall’innegabile constatazione che l’epicentro dell’innovazione informatica resta negli Stati Uniti. Questo non riguarda solo il vecchio settore del software proprietario, dominato quasi completamente da colossi americani (con l’eccezione di Sap, il gigante tedesco degli applicativi per grandi aziende, che guarda caso si e’ schierato a favore di Oracle, cosa che farebbe pensare che la concorrenza dell’Open Source non gli piace), ma anche la stragrande maggioranza dei grandi marchi emergenti su internet (Google, MySpace, Facebook, Twitter e via dicendo).

Una naturale reticenza delle autorita’ di controllo Usa ad intervenire sulle dinamiche di mercato (almeno fino a quando non e’ provato un danno concreto alla concorrenza) mi pare quindi comprensibile, visto che questa politica di laissez-faire, unita a investimenti molto piu’ alti nella ricerca di base, minori laccioli burocratici nel lancio di nuove imprese, e un mercato del capitale di rischio piu’ dinamico, sono alla base del successo pluridecennale della Silicon Valley.

Al contrario, quando la commissione antitrust dell’Unione europea mostra preoccupazione per il futuro di MySQL, o in piu’ in generale si schiera a favore dell’Open Source (per quanto auspicabile questo possa essere), ho qualche dubbio che cio’ si possa spiegare con un amore spassionato per il software libero, quanto con un interesse a difendere governi e imprese del Vecchio continente da un rischio di sudditanza tecnologica (e conseguente trasferimento di ricchezza).

Insomma: gli affari sono affari. E al di la’ dei facili idealismi, ognuno tira acqua al suo mulino. Tanto che se da una parte e’ legittimo applaudire Bruxelles in questo caso specifico, e’ anche importante ricordare che una certa diffidenza storica dell’Europa verso il libero mercato e’ fra le cause della sua relativa arretratezza tecnologica.

Ed eccoci allora al nocciolo della questione: come hanno fatto gli americani di Oracle a mettere le mani su MySQL? Quel software nacque infatti in Europa, a meta’ degli anni ‘90, grazie al lavoro di leadership di Monty Widenius, un programmatore e imprenditore finlandese, che negli ultimi mesi ha lanciato in rete un’appassionata campagna d’opinione per “salvarlo” dalle grinfie di Oracle.

Eppure, come lo stesso Widenius ha spiegato piu’ volte (e come chiunque puo’ leggere sul suo blog: Monty Says) quel progetto non avrebbe mai raggiunto massa critica, diventando un’alternativa – e quindi una minaccia – per i database proprietari, senza il supporto finanziario di un gruppo d’investitori, una scelta che a sua volta ha fatto perdere a Widenius il controllo della ditta che aveva fondato.

E quando Sun ha sbattuto sul piatto della bilancia un miliardo di dollari, quelli hanno venduto. E quando Oracle ha rialzato la posta di oltre sette volte, gli azionisti di Sun hanno venduto pure loro…

Al di la’ del caso MySQL, e in attesa del pronunciamento dell’Unione europea, la domanda che ponevo all’inizio di questo post non e’ quindi una provocazione retorica. Limitarsi a dire che il software Open Source e’ della “gente”, cullandosi nell’immagine romantica di moltitudini di volontari che lavorano al suo sviluppo per il semplice piacere di farlo, vuol dire infatti ignorare la realta’.

Al contrario, un numero crescente di sviluppatori di software libero sono stipendiati a fine del mese, spesso profumatamente, in modo diretto o indiretto, da grandi aziende commerciali, generalmente con l’obiettivo di mettere i bastoni fra le ruote a qualche concorrente.

Ibm, ad esempio, e’ fra i maggiori sostenitori del sistema operativo Linux, con l’ovvio intento di contrastare il potere di monopolio di Windows della Microsoft, mentre Google e’ il finanziatore numero uno della Mozilla Foundation, che cura lo sviluppo di Firefox, il browser concorrente di Internet Explorer sempre della Microsoft.

Purtroppo, la premessa che attorno all’Open Source fosse possibile prosperare, vendendo servizi di supporto e assistenza, anche se il software resta libero e gratuito, si e’ rivelata finora una chimera.

Una sola azienda, Red Hat, che offre una distribuzione di Linux molto popolare fra i gestori di server, puo’ vantare oggi introiti di rilievo, visto che ha registrato nel suo ultimo anno fiscale (chiuso lo scorso marzo) un fatturato di 653 milioni di dollari (con un aumento del 25 per cento sull’anno precedente) e un utile di 79 milioni.

In un tale contesto e’ ovviamente molto difficile, se non addirittura impossibile, per gli sviluppatori di programmi Open Source resistere alle offerte d’acquisto dei grandi gruppi del software proprietario.

Dopotutto, il miliardo di dollari che Sun ha scucito per comprarsi MySQL era piu’ di dieci volte il fatturato annuo di quell’azienda (nota bene: fatturato, non utile!). Anche senza toccare il limite di Citrix Systems, che nel 2007 ha speso 500 milioni di dollari per acquisire XenSource (un produttore di software Open Source per far girare piu’ server “virtuali” su un singolo computer), una cifra pari a oltre 150 volte il suo fatturato, anche i 420 milioni spesi da VMware per comprare SpringSource (ditta specializzata in strumenti Java per programmatori) superavano di 20 volte il fatturato di quest’ultima.

Questo trend – sviluppatori che si inventano prodotti altamente innovativi, sfruttando il modello del software libero e gratuito, per conquistare la fiducia dell’utenza e ampie quote di mercato, ma poi sono ben lieti di scendere a patti con il diavolo, al fine di ottenere le risorse finanziarie necessarie per farli decollare oltre uno stadio semi amatoriale – appare al momento in rapida ascesa.

In conclusione, che Widenius, il papa’ di MySQL, sia preoccupato per il futuro della sua creazione mi pare umano e comprensibile. In questo gioco Oracle non gode affatto di una buona reputazione. Le promesse che ha offerto per rassicurare l’Unione europea fanno pensare piu’ a una mossa di PR che a un impegno sincero.

Ma per l’Open Source in generale e’ davvero un male questa pioggia di quattrini? E che i giganti del software proprietario si ritrovino a fare a gara per metterci le mani sopra e’ un segno di debolezza per il software libero? O invece il sintomo di uno spostamento di potere irreversibile da chi il software lo scrive a chi lo usa?


Un commento
Unione europea, Oracle e MySQL: di chi e’ l’Open Source?

  1. Ciao Luca,

    la domanda che poni è interessante, soprattutto in una prospettiva che tenga conto della rilevanza di alcuni istituti della “proprietà intellettuale” quali quelli relativi al copyright e ai marchi registrati (Monty infatti paventa una potenziale non replicabilità della strategia di business di MySQL basandosi sul fatto che terzi non potrebbero rilicenziare MySQL con una licenza proprietaria, trovandosi a non poter godere degli introiti derivanti dal cosidetto double-licensing).

    Il marchio non è certo meno importante del copyright. La politica di protezione di tali diritti ha mostrato ad esempio nel caso di Red Hat e del suo clone “no logo” CentOS quanto pesi il nome, e terzi che volessero offrire servizi su MySQL dovrebbero probabilmente fronteggiare simili problemi.

    Ciò premesso penso che l’intera questione meriterebbe alcuni approfondimenti, che in parte ho coperto nell’articolo di cui ho riportato il link. Ad esempio l’ipotesi che oggi MySQL stia sottraendo spazi di mercato ad Oracle è a dir poco fantasiosa, lo stesso Mueller infatti non elenca aziende che abbiano utilizzato MySQL al posto di Oracle (mentre è invece frequente vedere clienti Oracle che utilizzano anche MySQL, tipicamente in ambiti Web appunto).

    MySQL è, come del resto Red Hat, per molti aspetti un caso a parte. Non è vero infatti che il ruolo dei VC sia stato rilevante, come ha raccontato l’ex amministratore delegato Marten Mickos quest’anno all’open source think tank, spiegando che l’ingresso degli investitori è avvenuto quando l’azienda era già solida ed in notevole espansione (poche le quote in mano ai VC, ancora meno il potere). Anomala ancora una volta per il fatto che non ha utilizzato il copyright assignment in maniera significativa, visto che i contributi erano e sono di fatto forniti solo dagli impiegati dell’azienda. Anomala in fine per l’aver concepito per anni un business basato sul licenziare il database con una licenza commerciale che ne permetteva l’uso in ambienti proprietari, visto che per molti integratori ed OEM era diventato un importante mattone dello stack.

    Ma anche Oracle non è una qualunque azienda proprietaria, come dimostra l’acquisizione proprio di un altro database open source avvenuta anni or sono, quella di Sleepycat. Mike Olson raccontando il processo di acquisizione ha speso sempre ottime parole per Oracle, il business si è sviluppato e la piattaforma non è morta, segno che almeno in linea teorica potrebbe riaccadere.

    Sulle domande che poni penso abbia senso ragionare, magari più che in termini di potere in termini di relazione, visto che un progetto open source che nasce e vive all’interno di un’azienda è e sarà sempre soggetto solo alle scelte di quest’ultima.

    Come cantava Gaber, Libertà è partecipazione…

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