Due killer denunciano Wikipedia, per violazione della privacy


E’ legale pubblicare la frase che segue?

Wolfgang Werlé e Manfred Lauber sono due fratellastri tedeschi, condannati all’ergastolo nel 1993, per il brutale assassinio tre anni prima di Walter Sedlmayr, un giovane attore bavarese, di cui erano stati soci in affari

Secondo Alexander Stopp, l’avvocato dei due colpevoli, no.

Anche se quell’affermazione e’ perfettamente corretta (visto che trova conferma in una valanga di atti giudiziari), anche se quel delitto fu particolarmente efferato (con la vittima torturata e massacrata a sangue freddo), anche se la cronaca delle indagini e del processo fu uno spettacolo pubblico (come testimoniano gli archivi dei media), oggi, scrivere quelle cose sarebbe proibito.

Stopp osserva infatti che Werlé e Lauber non sono piu’ in prigione. Nonostante la condanna all’ergastolo, sono stati rilasciati per buona condotta (nel 2007 e 2008 rispettivamente). Hanno pagato quindi il loro debito con la societa’. “Anche un ex criminale ha un diritto alla privacy,” dice lui: “Ha il diritto di essere lasciato in pace.”

L’avvocato cita una sentenza dell’Alta corte federale tedesca, che nel 1973 ha sancito il diritto degli ex criminali a essere “dimenticati”, imponendo ai mass media di non citarli per nome e cognome, una volta che hanno espiato la loro pena. Stopp sostiene di avere gia’ ottenuto il rispetto di questo principio da vari siti internet di lingua tedesca, che hanno accettato di cancellare i nomi dei suoi assistiti.

Ma adesso ha alzato il tiro. Prendendo di mira a colpi di carte bollate l’edizione in lingua inglese di Wikipedia. Con il risultato di scatenare una furibonda polemica internazionale su privacy, censura e liberta’ d’informazione. E una valanga di nuovi articoli, post, commenti online, che citano i due nomi che lui voleva far dimenticare.

Chi ha ragione? La risposta non e’ affatto scontata. Tanto che ha acceso una vivace discussione anche all’interno della comunita’ di volontari che espande e corregge gli articoli di Wikipedia.

Nel caso dell’edizione di lingua tedesca, i volontari hanno raggiunto il consenso che era giusto cancellare quei nomi. Ma i curatori della versione inglese hanno raggiunto la conclusione opposta. E si sono categoricamente rifiutati di emendare le voci dell’enciclopedia dove i due killer sono citati. Cosa che, a sentire Stopp, lo ha costretto a sporgere denuncia contro la fondazione che controlla il sito.

Questa, da un punto di vista pratico, e’ una mossa piu’ retorica che altro. Wikipedia e’ una no profit con sede a San Francisco. La prassi giudiziaria a cui si appella Stopp e’ invece quella tedesca. Wikipedia sostiene di non avere presenza fisica o interessi in Germania. E per quante carte bollate Stopp gli possa recapitare, non si capisce come potrebbe forzarla a rispettare la decisione di un tribunale straniero.

Eppure l’interrogativo morale che ci pone Scopp resta di enorme attualita’. Proprio perche’ la rivoluzione digitale rende la circolazione dell’informazione sempre piu’ facile; proprio perche’ rende ogni dato accessibile ovunque, istantaneamente, gratis; proprio perche’ ci permette di archiviarlo per sempre, senza che ingiallisca, sbiadisca o rischi di finire rosicchiata dai topi; e’ piu’ che legittimo chiedersi cosa vuol dire vivere in un mondo che non “dimentica” piu’ nulla.

Ma se l’intento dichiarato di Scopp e’ apparentemente lodevole – favorire il reinserimento sociale di due ex carcerati, impedire che vengano bollati a vita come assassini – il metodo da lui proposto crea una cascata di problemi ancora peggiori.

Chi decide quali informazioni non devono essere pubblicate in rete? Se accettiamo l’idea che un tribunale tedesco possa vietare al mondo di chiamare due ex ergastolani per nome e cognome, come potremmo negare alle autorita’ cinesi o iraniane il diritto di ordinare il bando globale di qualsiasi notizia da loro definita illegale?

Ancora peggio: nel 1973, quando la magistratura tedesca affermo’ il diritto degli ex detenuti a farsi “dimenticare”, poteva avere un senso fare una distinzione fra il presente (un articolo che leggi sul giornale in edicola oggi) e il passato (un articolo pubblicato all’epoca del processo, che dovevi andare a ripescare su microfilm in biblioteca).

Ma adesso? Google non fa differenza fra una pagina web pubblicata ieri e una di dieci anni fa’. Quando fai una ricerca in rete, presente e passato, se sono online, si mischiano nella stessa lista di risultati. A che serve quindi proibire la pubblicazione dei nomi di Werlé e Lauber, se non si impone che vengano cancellati anche dagli archivi? In altre parole: e’ chiaro che qui privacy vuol dire riscrivere la storia?

Negli Stati Uniti tale prospettiva, per quanto remota, ha generato un’ondata di reazioni altamente emotive. L’Electronic Frontier Foundation, in un bollettino pubblico, ha subito scomodato George Orwell: “Colui che controlla il passato controlla il futuro…”

John Schwartz, in un lungo servizio sul New York Times, conclude citando una mail ricevuta dall’avvocato Stopp: “Nello spirito di questa discussione, ho fiducia che lei non menzionera’ i nomi dei miei clienti nel suo articolo” (i nomi sono nella prima riga, affiancati nell’edizione cartacea dalle foto a colori dei due).

New York Times 13 nov 2009

E anche l’avvocato Floyd Abrams, veterano della lotta per la liberta’ di stampa, fin dai tempi della guerra in Vietnam, si e’ sentito in dovere di ammonire: “Quando si accetta di sopprimere certe parole, la ricerca di nuove parole da sopprimere non ha piu’ fine”.

In Europa, al confronto, la notizia e’ passata quasi inosservata. Questo e’ forse evitabile, visto che negli Usa il Primo emendamento della Costituzione, quello che sancisce appunto il primato della liberta’ di parola, e’ un’architrave del sistema giuridico, mentre da noi sostenere che certe idee sono troppo pericolose, e che pertanto e’ giusto vietarne la circolazione, non e’ affatto scandaloso.

Che il grande pubblico se ne renda conto o no, oggi, in quasi tutti i maggiori paesi europei sono in vigore o sono allo studio forme di censura della rete, con liste nere di siti proibiti (si comincia sempre con la pedopornografie e con il gioco d’azzardo) che i provider di connettivita’ internet sono costretti per legge a bloccare (vedi: Biblografia Corsara: Ma la rete si censura benissimo…).

In Italia, persino nelle mailing list del movimento pirata, dove si presume si annidino gli hacktivisti piu’ impegnati nella difesa delle liberta’ in rete, capita di trovare chi vorrebbe fare qualche eccezione (perche’ trova disgustoso che su Facebook ci sia un gruppo di fan di Toto Reina, o uno intitolato “Uccidiamo Berlusconi”, o perche’ non gli piacciono gli ultras, o i nazisti, o i razzisti, o i diffamatori…).

Eppure se uno accetta il fatto che il digitale distrugge il monopolio degli editori, mettendo nelle mani delle moltitudini di cittadini comuni il potere di pubblicare quello che gli pare, dovrebbe essere subito chiaro che il numero delle affermazioni false e diffamatorie, per non dire di quelle scomode, irritanti, stupide o disgustose, e’ destinato inevitabilmente a crescere in modo esponenziale.

Ma e’ un disastro davvero? Dico: invece di reagire con orrore, e correre a invocare censure, non avrebbe piu’ senso rovesciare la prospettiva? La rete, cosi’ come permette a chiunque di pubblicare baggianate, permette a chiunque altro di confutarle subito. Se una televisione ti diffama, per te, semplice cittadino, e’ molto difficile far sentire la tua voce. Ma se lo fa un blogger, tu gli puoi rispondere all’istante per le rime. E l’esperienza quotidiana del web ci insegna che nella cacofonia di messaggi la verita’ tende a salire a galla.

Tu dirai: e che c’entra tutto questo con i due ex ergastolani che vogliono essere dimenticati? A mio parere c’entra parecchio.

Perche’ se Werlé e Lauber fossero innocenti, come loro hanno sempre sostenuto, fare sparire dalla rete i loro nomi vorrebbe dire avvallare un’ingiustizia mostruosa, e l’avvocato Stopp forse farebbe meglio a lavorare per ottenere una revisione del loro processo, e spingere affinche’ si parli il piu’ possibile del caso, per aumentare le probabilita’ di far saltare fuori qualche nuovo testimone.

Anzi, se ci pensi appena un attimo, se ti chiedi perche’ Werlé e Lauber vogliono essere dimenticati, colpevoli o innocenti che siano mai stati, ti rendi conto di una verita’ molto piu’ scomoda. I due killer hanno paura di noi. Dei nostri stereotipi. Dei nostri pregiudizi. Della nostra incapacita’ di accettare che possano essere cambiati.

Se cosi’ non fosse non ci sarebbe alcun bisogno di cancellare la storia. La censura, come sempre, serve solo a nascondere il vero problema. Che e’ imparare a giudicare i nostri simili con un po’ piu’ di tolleranza e di compassione. E che e’ un obiettivo forse difficile ma necessario. Perche’ se Werlé e Lauber oggi sono un caso limite, nel futuro saremo seguiti tutti, ovunque, per sempre, dall’ombra della memoria digitale eterna del nostro passato.


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