Assalto a Skype: quando il p2p vale 200 milioni di dollari


Questo e’ un bell’intrigo tecnico-legale-finanziario, un giallo che si potrebbe intitolare: “La vendetta della proprieta’ intellettuale”.

Il protagonista e’ Skype, il servizio gratuito di telefonia VoIP (da computer a computer) che sicuramente conosci benissimo, perche’ e’ uno degli applicativi piu’ diffusi della rete, con oltre 520 milioni di utenti registrati (ordine di paragone: l’intera utenza internet a livello mondiale conta un miliardo e mezzo circa di cibernauti).

Ebbene, venerdi’ 6 novembre e’ stato annunciato un accordo per cambiarne la proprieta’. Entrano due nuovi soci, con il 14% delle azioni e due poltrone nel consiglio di amministrazione. O meglio, rientrano, perche’ sono niente di meno che Niklas Zennstrom e Janus Friis, i due imprenditori scandinavi che Skype l’avevano fondato nel 2003. E che poi, due anni dopo, l’avevano venduto a eBay per la bellezza di oltre tre miliardi di dollari. E che poi, a partire dal 2007, avevano provato a ricomprarselo. E che infine, a meta’ di settembre, avevano lanciato una mega causa legale contro la stessa eBay, accusandola di violazione del copyright…

Tu hai perso subito il filo? Cominciare dall’inizio della matassa aiuta. E il dettaglio chiave e’ che Skype nasce dal lavoro dello stesso identico team (Zennstrom, Friis, piu’ un terzetto di programmatori estoni: Ahti Heinla, Priit Kasesalu e Jaan Tallinn) che nel 2001 aveva creato Kazaa, il celeberrimo client di file sharing peer-to-peer che prese il posto di Napster, per poi essere messo fuori gioco anche lui da una serie di condanne per violazione delle norme sul copyright.

Capire quel dettaglio e’ cruciale perche’ una delle ragioni che ha permesso a Skype di crescere fino a mezzo miliardo di utenti senza schiantare e’ proprio il fatto che e’ stato costruito fin dall’inizio con un’architettura peer-to-peer, che decentra il carico, seguendo lo stesso modello che permette ai pirati del file-sharing di scambiarsi enormi quantita’ di dati senza l’uso di macchinari sofisticati.

Torniamo allora al presente. Il primo settembre eBay annuncia la vendita di Skype a una cordata d’investitori privati, che include Silver Lake Partners (un gruppo di private equity della Silicon Valley), un fondo di venture capital guidato da Marc Andreessen (il fondatore di Netscape) e un grosso fondo pensioni canadese. Gli acquirenti si sono impegnati a sborsare 1,9 miliardi di dollari in contanti per il 65 per cento del business, mentre eBay restera’ socio di minoranza con il rimanente 35 per cento.

Gli analisti economici applaudono la mossa, osservando che Skype non si e’ mai integrato bene nell’attivita’ primaria di eBay, che e’ la gestione di aste online, negozi di e-commerce e pagamenti in rete (con il marchio PayPal). Nonostante la sua immensa popolarita’, Skype ha sempre contribuito pochissimo al bilancio aziendale (visto che le telefonate fra computer sono gratis, il servizio incassa solo grazie alle tariffe super stracciate che permettono ai suoi utenti di chiamare anche linee telefoniche fisse e cellulari).

Scorporandolo come una ditta privata, con un nuovo management, eBay apre la possibilita’ che Skype possa evolversi piu’ rapidamente che sotto la proprieta’ diretta di una societa’ quotata in borsa, oltre a incassare subito una bella cifra, che perlomeno recupera una fetta consistente dei soldi che spesi nel 2005 per comprarlo, senza il ritorno sperato negli anni successivi.

Tutti felici e contenti allora? No. Se Skype deve avere una seconda vita, Zennstrom e Friis vogliono tornare a metterci le mani sopra.

I due, dopo la vendita a eBay, si erano lanciati infatti in una nuova avventura, creando Joost, una piattaforma altamente innovativa per la distribuzione via internet del video in streaming, qualcosa che gli esperti di tecnologia avevano addirittura descritto come la Tv del futuro. Ma quel business non e’ mai decollato, perche’ le major dell’audiovisivo gli hanno di fatto tagliato le ali, rifiutandosi di concedergli su licenza i loro contenuti.

Ed e’ qui che salta fuori l’inghippo da giallo. Gli esperti cominciano a rendersi conto che quando i due scandinavi hanno venduto Skype a eBay, per quella famigerata montagna di oltre tre miliardi di dollari, hanno escluso dalla transazione, senza che nessuno sollevasse obiezioni, la proprieta’ intellettuale della tecnologia peer-to-peer che permetteva (e permette tuttora) al servizio di funzionare.

Si’, hai letto bene: i due enfant terrible che avevano fatto tremare tutte le major del copyright con Kazaa, avendo evidentemente fatto tesoro di quella lezione (con la pirateria la legge non ti permette di fare soldi, con il copyright invece si’), hanno ceduto a eBay solo una licenza d’uso sulla loro invenzione, mantenendo invece il controllo del copyright su quel pezzo cruciale di codice di programma.

L’escalation arriva il 16 settembre, quando i legali di Zennstrom e Friis presentano al tribunale federale di San Francisco una denuncia per violazione del copyright contro eBay, accusandola di aver modificato e condiviso con altri l’architettura peer-to-peer da loro inventata. La causa chiede 75 milioni di dollari di danni al giorno. E l’annullamento immediato della licenza d’uso. Cosa che porterebbe al blocco del servizio. Vaporizzando all’istante il valore di Skype.

Due giorni dopo parte la seconda bordata: Joost sporge denuncia, presso il tribunale statale del Delaware, contro Michelangelo Volpi, il suo ex amministratore delegato, che nel frattempo e’ passato alla nuova cordata dei compratori di Skype, accusandolo di violazione del segreto aziendale (visto che aveva avuto accesso al codice sorgente della tecnologia peer-to-peer al centro del contenzioso).

Gli addetti ai lavori reagiscono con incredulita’, chiedendosi come sia possibile che un gigante come eBay si sia potuto fare incastrare in questo modo. Per fare un paragone da comuni mortali, e’ come se eBay avesse comprato a peso d’oro un’auto senza la proprieta’ del motore. Motore che ha si’ il permesso di usare. Ma non di aprire, accomodare, modificare senza il consenso del produttore.

Beh, buon viso a cattivo gioco. L’assetto proprietario annunciato il 6 novembre e’ il frutto di un armistizio. I nemici diventano soci. La quota della cordata finanziaria cala al 56 per cento. Quella di eBay al 30 per cento. Zennstrom e Friis ottengono il posto al tavolo che desideravano. Versano 83 milioni di dollari nel capitale sociale in cambio di un 4 per cento di azioni. E ne ottengono un altro 10 per cento in cambio della loro proprieta’ intellettuale. Cosa, che se fai due conti, vuol dire che il p2p gli ha fruttato oltre 200 milioni.


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