27 settembre 2009 |
Da una parte ci sono gli interessi di industrie e monopoli potenti, terrorizzati dalla concorrenza e dall’innovazione generata sulle reti digitali. Dall’altra c’e’ una coalizione internazionale di piccoli gruppi di base (hacktivisti, pirati, associazioni di consumatori, comunardi creativi, verdi, libertari e nazionalisti assortiti), uniti dal desiderio di mantenere internet libera. E nel mezzo i membri della Commissione di conciliazione del Parlamento europeo, che lunedi alle 19:30 inizieranno la terza e ultima lettura del cosidetto Pacchetto telecom.
Tu dirai: e io, semplice cibernauta, che c’entro? Beh, se quando navighi internet ti piace poter visitare qualsiasi sito desideri, scaricare e condividere quello che vuoi con gli amici, usare i servizi e i programmi che preferisci, la cosa ti riguarda e parecchio.
Dietro un linguaggio da azzaccagarbugli, centinaia di codicilli e un tsunami di emendamenti, il Telecoms Package contiene infatti le regole di base a cui si dovranno uniformare le leggi di tutti i paesi della comunita’ in materia di telecomunicazioni. E l’oggetto del contenzioso e’ se l’Europa scegliera’ di sancire o no il principio della neutralita’ della rete, ovvero l’idea che i gestori delle connessioni devono trattare tutti i dati che ci passano sopra allo stesso modo.
Questo non e’ affatto un principio rivoluzionario e neppure nuovo, perche’ e’ esattamente la modalita’ di funzionamento dell’internet che conosciamo. Anzi, e’ ovvio che la rete ha avuto il successo che ha avuto proprio grazie alla sua struttura aperta, decentrata, flessibile, che tratta alla pari tutti gli utenti e i dati in circolazione, permettendo a chiunque di inventare nuovi contenuti e applicativi, e di lanciarli senza bisogno di chiedere permesso a nessuno.
Ora, se tanta innovazione e’ stata una manna per i consumatori, che adesso, ad esempio, possono usare Skype per parlare con un parente dall’altra parte del mondo per ore senza spendere un centesimo, se lo guardi dal punto di vista di una societa’ telefonica, che ha perso la sua vecchia posizione di monopolio, e non ti puo’ piu’ far pagare due euro al minuto, e’ una bella scocciatura.
Per capire meglio le dinamiche in gioco, prendi il caso di violazione della Net Neutrality piu’ famoso, quello che ha coinvolto Comcast, uno dei giganti della Tv via cavo negli Stati Uniti, che negli ultimi anni e’ diventato anche uno dei maggiori internet service provider del paese. Nel 2007, l’azienda ha cominciato a sabotare il traffico dei dati BitTorrent, il protocollo p2p piu’ popolare fra i downloader, senza informare la clientela, il pubblico in generale, anzi smentendo sdegnosamente di avere alcun ruolo in quelle malfunzioni.
Nel giro di poche settimane, quando le sue malefatte sono state documentate dalle analisi di vari tecnici indipendenti, l’azienda ha cambiato registro, affermando pubblicamente che aveva il diritto di “gestire” come meglio credeva il traffico sui collegamenti di sua proprieta’, e di penalizzare quindi BitTorrent, perche’ i downloader consumano tantissima banda di trasmissione, degenerando la qualita’ del servizio per tutto il resto della clientela.
Ma se questo fosse vero, se il problema fosse solo come distribuire la capacita’ di trasmissione, la soluzione di mercato piu’ logica sarebbe cambiare modello di fatturazione, facendo pagar di piu’ a chi piu’ consuma. E’ molto piu’ plausibile invece pensare che alla Comcast il downloading non piaccia per ben altre ragioni, visto che il suo business piu’ redditizio e’ vendere pacchetti di canali televisivi (in un regime di monopolio locale), e chi scarica gratis, chi si abitua a ignorare i palinsesti tradizionali, perche’ ha scoperto la ricchezza infinita del bottino pirata, non ha piu’ bisogno di quel servizio.
Per fare un parallelo con il mondo fisico, pensa a un’autostrada. Nessuno si stupisce che un Tir debba pagare una tariffa piu’ alta di un’utilitaria. Ma che ne diresti se il gestore della concessione fosse libero di imporre un limite di 70 chilometri all’ora a chi paga la tariffa normale, mentre chi lo paga il doppio puo’ correre quanto gli pare? O se fosse libero di stabilire un sovrapprezzo per le auto targate Catania? O uno sconto per i passeggeri biondi?
Partendo dall’idea di “libera gestione” del traffico della Comcast e’ insomma facilissimo scivolare nel sabotaggio della concorrenza, nella discriminazione e nella censura. Questo e’ cosi’ ovvio fra gli addetti ai lavori che negli Usa il caso Comcast ha scatenato un putiferio legale e politico. Nonostante l’amministrazione al potere all’epoca fosse quella di George W. Bush (non certo nota per la difesa dei diritti civili o degli interessi dei consumatori), i suoi dirigenti si sono ritrovati a testimoniare sotto giuramento al Senato, la Federal Communication Commission (Fcc) ha aperto un inchiesta, l’azienda e’ stata rapidamente costretta a fare marcia indietro.
Adesso, con l’arrivo della presidenza Obama, il principio della Net Neutrality ha ricevuto un sostegno ancora piu’ esplicito. Lunedi’ scorso, Julius Genachowski, il nuovo leader della Fcc, ha annunciato che la sua agenzia sta preparando norme piu’ chiare e dettagliate per rafforzarne la protezione.
E a Bruxelles? Perche’ nel gran finale di una maratona come il Telecoms Package, allo studio da piu’ di due anni, il destino della neutralita’ della rete appare ancora in bilico? Che cosa impedisce ai rappresentanti europei di vedere la posta in gioco? Non e’ forse chiaro il rischio di una castrazione unilaterale dell’innovazione?
Paradossalmente, dietro la lobby che continua a premere perche’ la neutralita’ della rete sia bandita in Europa ci sono grandi gruppi americani della telefonia e dell’hardware (come Verizon, At&t e Cisco) che mai si sognerebbero di chiedere qualcosa di simile a casa loro. Cosa gli fa pensare che Bruxelles sia un bersaglio piu’ facile?
L’ignoranza dei legislatori in materia gioca sicuramente una parte. Questi sono argomenti molto tecnici, lontani dalle preoccupazioni degli elettori, e dove pochi dettagli in una marea di codicilli possono fare una differenza sproporzionata. Ma anche negli Stati Uniti i politici non sono dei guru informatici. E se il problema fosse solo una questione d’informazione si puo’ star certi che aziende non meno potenti (come Goggle/YouTube o eBay/Skype) hanno speso altrettanta energia a promuovere la posizione opposta.
No, quello che viene da sospettare e’ che certi vecchi monopoli industriali puntino su Bruxelles per difendere i loro interessi perche’ vedono che molti governi europei, non importa se di destra o di sinistra, sono altrettanto terrorizzati da un’internet troppo libera.
Dopotutto la stessa liberta’ tecnologica che permette a Skype di rubare clienti alle compagnie telefoniche tradizionali, o a YouTube di fare concorrenza ai giganti della televisione, permette anche ai cittadini di comunicare direttamente fra loro, di pubblicare quello che gli pare, di ignorare qualsiasi divieto imposto da chi sta al potere.
Questa rivoluzione concettuale, che i nostri politici trovano cosi’ difficile da digerire, tanto che continuano a sprecare parole sulla necessita’ di “regolamentare” la rete, senza riuscire a capire che internet si regola gia’ benissimo da sola, grazie alla cooperazione informale e al consenso collettivo che sale dal basso, e’ invece chiarissima a tutta una coalizione di gruppi e di associazioni che e’ scesa in campo per far sentire la voce di chi il ciberspazio lo usa.
Ed e’ qui che sei tirato in ballo anche tu… Un appello urgente, diramato da due dozzine di organizzazioni di base, chiede infatti a tutti gli elettori del continente di contattare immediatamente i loro rappresentanti al parlamento europeo, sottolineando che proprio questo tipo di pressione popolare e’ riuscita finora a coagulare una maggioranza di voti a favore della liberta’ in rete.
Tu non sai nemmeno chi sia il tuo rappresentante a Bruxelles? Il Movimento Scambio Etico, grazie al lavoro senza soste di Paolo Brini e un nugolo di hacktivisti, ha preparato una guida d’azione pratica che spiega come far sentire la propria voce per telefono, per fax, email, o addirittura via Twitter. La lista dei ricapiti dei membri della Commissione di conciliazione e’ invece disponibile sul sito in lingua inglese di Operation revelation.