16 settembre 2009 |
Domanda: che cosa fumano prima di andare a lavorare gli addetti alle pubbliche relazioni delle multinazionali del diritto d’autore?
Nel lontanissimo 1992, la Software Publishers Association americana lancio’ il video di propaganda anti pirateria piu’ spassoso dell’era digitale: Don’t Copy That Floppy. Con una durata di quasi dieci minuti, quel cortometraggio, realizzato con una cura da produzione hollywoodiana, presentava l’incontro di due teenager con un rapper, che invadeva lo schermo del computer come un virus, mentre i due si apprestavano a duplicare un videogame su dischetto, per ammonirli a ritmo di musica che copiare senza pagare era sbagliato.
Tu non capisci bene l’inglese? Ti chiedi chi diavolo sia quel MC Double Def DP (come Disk Protector), la star dell’hip-hop che rima con tanta eloquenza le virtu’ del diritto d’autore? Non sei l’unico: MC Double Def DP e’ in realta’ il signor M.E. Hart, un avvocato e attore part-time che non ha mai registrato una canzone in vita sua (a parte appunto quella pubblicita’).
Nella favoletta video le strofe cantate da quell’avvocato travestito da rapper hanno il magico potere di convertire i due teenager (lui annuncia a lei che dara’ fondo ai risparmi accantonati con un lavoretto estivo per comprare un’altra copia del videogioco). Nella realta’ pratica chiunque puo’ giudicare da solo quanto efficace sia stata quella pubblicita’ nell’impedire il dilagare della pirateria.
E cosa hanno imparato, 17 anni dopo quel capolavoro, gli esperti pagati per promuovere nella sfera delle pubbliche relazioni l’amore per il copyright? A quanto pare nulla. La lobby del software commerciale, che nel frattempo ha cambiato nome e si chiama Software and Information Industry Association, ha appena lanciato una seconda, esilarante puntata proprio di quel lavoro:
Ora, se ti sei ripreso dalle risate, o comunque possiedi il buon senso comune per comprendere che l’impatto di una lezioncina del genere fra i ragazzi e’ nullo se non negativo, mi pare molto interessante rovesciare la prospettiva, e pensare a cosa questi due artifatti ci dicono dei sogni dei padroni del copyright.
Il messaggio di Don’t Copy That Floppy originale, per quanto pacchiano e ridicolo, era tutto sommato bonario, un appello alla buona coscienza dei consumatori, che mostrava le facce di alcuni impiegati nel business del videogame, pronosticando il tracollo dell’intero settore se l’abitudine a copiare senza pagare si fosse diffusa (le cose, chiaramente, sono andate in modo un po’ diverso).
E la nuova versione? Anche se il comunicato stampa diffuso dalla Siia parla di usare l’ironia per veicolare un messaggio importante, abbiamo scene di poliziotti in assetto da guerra che sfondano la porta di casa di una famiglia (tipo caccia in diretta ai terroristi), la testimonianza di un detenuto condannato a quattro anni di carcere per commercio di software taroccato (attivita’ che nulla ha a che fare con il file-sharing), persino un macrabo balletto con un giovane in galera circondato da detenuti armati di scope (che posso solo spiegare come un “sottilissimo” tentativo subliminale di associare l’atto di copiare software con il rischio di finire sodomizzati).
A 17 anni di distanza, insomma, il messaggio si e’ radicalmente incattivito. Siamo passati dal tentativo di convincere il pubblico con la morale a minacciarlo con il terrorismo psicologico. Giudica tu se questo e’ un sintomo di forza o di disperazione.
Da [YouTube] e [Wikipedia], via [Cnet]