11 settembre 2009 |
La notizia e’ rimbalzata nel giro di poche ore dagli Usa all’Italia, dopo che il sito del Nieman Journalism Lab, un progetto di ricerca sul giornalismo della Harvard University, ha puntato l’attenzione su un documento preparato da Google per la Newspaper Association of America (Naa), il gruppo di categoria degli editori dei quotidiani.
Il motore di ricerca piu’ popolare del mondo afferma infatti che intende lanciare entro la fine dell’anno prossimo una piattaforma di micropagamenti, che permettera’ al pubblico di acquistare con estrema facilita’ non solo abbonamenti all’edizione online di giornali e riviste ma anche singoli articoli per pochi centesimi.
Questa non e’ affatto un’idea nuova (se ne parla da almeno 20 anni). Ma finora non aveva mai trovato una realizzazione pratica, perche’ i costi minimi fissi applicati dai gestori delle carte di credito rendono antieconomiche le transazioni di piccolo valore. Google sostiene che puo’ risolvere tale problema aggregando un alto volume di pagamenti nel corso del tempo e utilizzando sistemi automatici per identificare eventuali tentativi di frode.
Considerato lo stato di gravissima crisi della stampa tradizionale – negli Usa i quotidiani che sono stati costretti a portare i libri contabili in tribunale ormai non si contano piu’, il numero dei loro lettori continua a diminuire, il settore ha registrato nella prima meta’ del 2009 un calo del 29 per cento negli incassi pubblicitari, un disastro senza precedenti nella storia – e’ forse inevitabile che l’idea abbia scatenato una certa eccitazione fra gli addetti ai lavori.
Eppure, un’analisi appena appena piu’ approfondita della situazione mostra subito che immaginare Google come il possibile salvatore della stampa quotidiana e’ assai bizzarro, perche’ ignora la dinamica che sta’ alla radice di quella crisi, ovvero che il fatto che i mass media hanno perso il monopolio sulla circolazione dell’informazione.
Per quale ragione dovremmo infatti pensare che il pubblico, solo perche’ adesso e’ diventato tecnicamente possibile, sia disposto a pagare qualche spicciolo per un articolo? Rupert Murdoch puo’ strillare quanto gli pare che “l’era del free content e’ finita”, ma come crede di riuscire imporre il suo volere ai lettori?
Anche nel caso altamente improbabile che un cartello di tutti i tycoon dei mass media decidesse che da domani la loro intera produzione edtoriale sara’ accessibile online solo a pagamento, non e’ forse vero che la tecnologia ha ormai moltiplicato all’infinito le fonti alternative d’informazione? E comunque, che cosa impedirebbe a un qualunque “abbonato” di riassumere, riscrivere o addirittura copiare integralmente quelle notizie e ripubblicarle in rete?
Se tu osservi che questo e’ vietato dalle leggi sul copyright, io non posso che mettermi a ridere, visto che la prassi e’ gia’ comunissima oggi (la gente copia e incolla articoli interi sui blog, li spedisce agli amici via email. li riassume all’essenziale su Twitter), nonostante non vi sia alcun vero vantaggio a farlo (gli articoli originali sono in genere disponibili gratis sui siti dei rispettivi giornali). Figuriamoci se ci fosse pure l’incentivo di una scarsita’ artificiale…
O per dirla in altre parole: non e’ forse chiaro dalle disavventure dell’industria discografica che cercare di erigere delle barriere alla circolazione dei contenuti in rete stimola l’esplodere della pirateria?
Quando si torna con i piedi per terra, e si guarda alla realta’ del mercato, dovrebbe essere invece evidente che il grande pubblico e’ disposto a pagare solo per delle tipologie di news molto particolari che hanno valore in tempo reale – come l’informazione finanziaria (The Economist, The Wall Street Journal, Il Sole 24 Ore sono gli esempi piu’ noti) o certi contenuti premium sportivi.
Un sistema di micropagamenti facilissimo da usare, come promette Google, e’ quindi possibile che apra nuove nicchie in altri settori specifici, dove l’audience e’ motivata da un fanatismo particolare o da un chiaro beneficio professionale. Ma nel campo delle news generaliste non mi risulta che ci sia un singolo esempio di business online a pagamento che abbia avuto successo (persino un colosso come il New York Times, che aveva provato a lanciare una sezione premium sul suo sito, ha fatto rapidamente marcia indietro).
Ora, ai ricercatori di Google, la semplice verita’ che l’internet azzera il valore delle notizie, perche’ ce ne offre una quantita’ sterminata, mettendo in concorrenza fra loro tutti i mass media del mondo (o almeno tutti quelli di una lingua specifica) e aprendo le porte della competizione anche ai non professionisti, e’ sicuramente ben nota. E perche’ allora strombazzano questa trovata?
La spiegazione piu’ sincera che sono riuscito a scovare si trova in un intervista, pubblicata dal sito PaidContent.org, a Josh Cohen, il senior business manager di Google News, ovvero il servizio automatico di sommario delle notizie che e’ stato recentemente preso di mira anche dalle autorita’ italiane in una disputa antitrust.
“Google diventa spesso un sinonimo per internet,” ha spiegato Cohen, “cosi’ che qualsiasi cosa succede di buono la gente dice ‘Oh, quello e’ Google’ anche se magari noi non c’entriamo niente. Ma c’e’ anche un rovescio della medaglia. Chi confronta difficolta’ con la distribuzione dei contenuti tende a dire che se il male e’ colpa dell’internet deve quindi essere anche colpa di Google”.
Questa mi pare una descrizione molto gentile dell’atteggiamento totalmente schizofrenico che gli editori tradizionali hanno sviluppato nei confronti del motore di ricerca, che da una parte vorrebbero indirizzasse piu’ visitatori possibile verso le loro pagine, mentre dall’altra lo accusano di violare il copyright quando mostra i titoli e qualche frase di quegli articoli nei suoi risultati (che l’uno si possa fare senza l’altro e’ ovviamente contrario a ogni logica).
In questo senso, quindi, proponendo un sistema di micropagamenti Google ripassa la patata bollente al mittente. Gli editori sono cosi’ convinti che i loro prodotti in rete oggi sono svalutati? Benissimo, ecco lo strumento per verificare sul campo se qualcuno e’ davvero disposto a pagarli e quanto. Provatelo o zittitevi!
Per l’azienda californiana il rischio in ogni caso e’ zero. Il sistema di micro transazioni sara’ sviluppato come estensione di Google Checkout, la piattaforma di pagamento lanciata come alternativa a PayPal di eBay con scarso successo. Anche se l’iniziativa si rivelasse un fiasco totale, un’eventuale collaborazione con grandi gruppi editoriali sarebbe comunque un’ottima trovata promozionale, introducendo quel servizio a milioni di nuovi utenti potenziali.
L’abitudine a pagare per le news decolla invece inaspettatamente? Ancora meglio. Nonostante non ci sia nulla di definitivo, Google ha parlato di una divisione del bottino simile a quella di iTunes per la musica. Il che vuol dire che si metterebbe in tasca il 30 per cento dell’incasso. E che moltiplicando qualche centesimo per ogni articolo, per ogni testata, per ogni editore, per ogni mercato nazionale, Google diventerebbe automaticamente il beneficiario numero uno dell’iniziativa.
Conclusione: vogliamo parlare del futuro dei quotidiani e del giornalismo di qualita’? Mi spiace, questa e’ la storia sbagliata.
- Per saperne di piu’ vedi anche:
L’articolo del Nieman Journalism Lab di Harvard
Aggiornamento: la collezione di documenti su possibili strategie per “monetizzare” le news, prodotti da una decina di aziende tecnologiche su richiesta della Newspaper Association of America, non e’ piu’ accessibile sul sito naa.org (secondo il New York Times sarebbero stati resi pubblici per errore!). E’ comunque tuttora possibile leggere e scaricare la versione in Pdf del sistema di micropagamenti proposto da Google, cosi’ come copia della relativa richiesta di brevetto, e la proposta alternativa del gruppo Journalism Online, fra i materiali archiviati dal Nieman Journalism Lab