22 febbraio 2009 |
Nel 1999, nel corso di una conferenza stampa, Scott McNealy, co-fondatore e amministratore delegato della Sun Microsystem, rispose alla domanda di un giornalista con un’affermazione che e’ diventata uno degli aforismi piu’ famosi dell’era digitale:
«La tua privacy è comunque zero, rassegnati».
Quella frase scatenò all’istante una bufera di reazioni furiose e scandalizzate. Dozzine di esperti informatici si fecero avanti per confutarla. Attivisti e politici si sentirono in dovere di scendere in campo per prometterci che cosi’ non sarebbe mai stato.
E oggi? Dieci anni dopo? Chi aveva ragione?
Lo scorso luglio a New York, nel corso dell’ultima edizione di HOPE (Hackers On Planet Earth), celeberrimo convegno biennale dei ribelli della rete, Steven Rambam ha ripreso quel tema con una relazione fiume di oltre tre ore. Rambam, che è il titolare di un’agenzia d’investigazione privata, ha raccontato di avere lanciato una sfida, durante un programma radiofonico alternativo molto seguito dagli hacker (gente insomma che di protezione della propria privacy ci dovrebbe capire qualcosa), ottenendo l’assenso legale di un volontario per un’esame di “colonscopia digitale.”
Le regole del gioco erano semplicissime: Rambam avrebbe utilizzato solo informazioni accessibili attraverso fonti pubbliche e banche dati commerciali, ignorando le ben piu’ ricche raccolte che stanno in mano a poliziotti e agenti dei servizi segreti.
I risultati di quell’analisi sono stati accolti con umorismo dalla platea, ma le risate si sono fatte sempre piu’ incredule, sempre piu’ nervose, man mano che scorrevano i minuti e ogni dettaglio della vita di quella cavia veniva spiattellato pubblicamente, fino ad un silenzio attonito totale.
«Datemi un colpo di telefono – ha dimostrato Rambam – e nel giro di trenta secondi, senza muovere un passo dalla mia scrivania, partendo semplicemente dal numero che appare sul mio apparecchio, io saprò il vostro nome e cognome, la vostra data di nascita, il vostro indirizzo, il vostro codice fiscale».
«Datemi trenta minuti e vi saprò dire di che razza siete, se siete etero o gay, se siete democratici o repubblicani, se avete mai avuto un precedente penale, più tutte le aziende per cui avete mai lavorato, tutti i domicili in cui avete risieduto, la vostra storia matrimoniale, le vostre proprietà, senza nemmeno il bisogno di avervi mai visto in faccia, perché avrò sullo schermo del mio computer anche la vostra foto».
OK, diranno gli scettici, ma questa è l’America, dove la privacy non è un diritto, dove non ci sono garanti, dove le corporation sono libere di comprare e vendere tutto quello che sanno sulla loro clientela come gli pare e piace. Da noi le cose sono diverse.
Ma io non ci credo.
Qualche anno fa, un consulente mi ha raccontato come fosse rimasto di stucco quando aveva provato ad inserire il suo codice fiscale nel sistema informatico della SIA (il consorzio interbancario italiano) e si era visto tabulare al centesimo, all’istante, tutti i suoi averi.
Aggiungi le carte sconto che registrano i tuoi acquisti, il Telepass che registra i tuoi spostamenti, i tabulati del cellulare che registrano con chi parli, la tessera del videonoleggio che registra che filmati guardi, agita bene: credi davvero di avere ancora qualche segreto nella tua vita che non sia documentato in un database?
Oggi c’è chi si stupisce inorridito perché milioni di italiani hanno scoperto tutti assieme Facebook e sembrano fare a gara nello spiattellarci sopra anche il dettaglio più insignificante delle loro vite private. C’é chi parla di esibizionismo infantile, osservando che i giovanissimi guidano questo trend senza la minima inibizione.
Ma non potrebbe essere che tutte queste moltitudini, più o meno inconsciamente, si stiano semplicemente adattando alla nuova realtà che il progresso delle tecnologie digitali volenti o nolenti ci impone?
Il costo di registrare, immagazzinare e conservare all’infinito ogni sorta di dati personali oggi tende sempre più rapidamente verso lo zero. Alla faccia di tutte le barriere legali e normative che si possono adottare questi archivi sono sempre più facili da collegare fra loro.
E se allarghiamo la prospettiva aIla storia dell’umanità nel suo insieme vediamo che il concetto di privacy non è la norma ma l’eccezione (l’anonimato, dopotutto, nasce con l’alienazione della metropoli industriale: nel villaggio rurale tutti hanno sempre saputo tutto di tutti).
In questo contesto non potrebbe allora essere naturale che la gente preferisca partecipare attivamente alla costruzione della propria identità digitale pubblica, invece di lasciarsi profilare e schedare passivamente dagli aggregatori di banche dati?
Nel 1998, un anno prima della sparata di Scott McNealy, David Brin, saggista e scrittore di fantascienza, pubblicò un libro intitolato La società trasparente. In quel volume Brin rovesciava completamente i termini della questione, sostenendo che una difesa a spada tratta della privacy non solo e’ futile, ma tende a favorire i ricchi e i potenti, che grazie alle loro società anonime e al segreto di Stato sono comunque in grado di occultare il loro operato.
In altre parole: se oggi i governi e le grandi corporation sanno comunque tutto di noi, non sarebbe forse giusto chiedere una reciprocità totale? Imporre ai politici di documentare pubblicamente su internet i loro redditi e le loro spese fino all’ultimo centesino? Imporre alle imprese di mostrarci i criteri che stanno dietro a ogni assunzione, promozione, operazione finanziaria? Imporre alle forze di polizia di registrare in video ogni fermo, arresto, interrogatorio, perquisizione?
Questo è assurdo, ridicolo, impossibile, diranno ancora una volta gli scettici. Ma perche’? Facebook può essere visto come l’apoteosi del narcisismo più qualunquista. Ma è anche lo strumento che decine di migliaia di giovanissimi egiziani hanno abbracciato per lanciare un movimento politico democratico che non ha precedenti nella storia di un paese schiacciato fra una dittatura militare e un’opposizione monopolizzata finora dagli integralisti islamici.
L’Internet, nata dal desiderio del Pentagono di creare una struttura di comando e controllo capace di sopravvivere all’olocausto nucleare, è anche lo strumento che ha permesso a centinaia di volontari di documentare gli spostamenti degli aerei della CIA che dopo l’11 settembre hanno trasportato presunti terroristi da un luogo di tortura all’altro.
Il digitale, insomma, non è poi cosi’ diverso dalla benzina. Che puoi usare per alimentare uno strumento di oppressione come un carroarmato. O per riempire una bottiglia molotov che quel carroarmato lo manda in fumo.
- Questo articolo e’ stato pubblicato originariamente in uno speciale del quotidiano Liberazione sulla crisi della privacy